Percentuali delle aliquote Enasarco dal 2013 al 2020. Va considerato che oltre alle aliquote, nel corso degli anni, cambiano anche gli importi dei massimali e dei minimali. È invece sempre rimasto invariato il criterio della competenza e della suddivisione dell’Aliquota Enasarco che è al 50% a carico dell’Azienda Mandante e al 50% a carico dell’Agente.

 

Aliquote ENASARCO 2020 17,00%

Aliquote ENASARCO 2019 16,50%

Aliquote ENASARCO 2018 16,00%

Aliquote ENASARCO 2017 15,55%

Massimale Enasarco Monomandatario 37.500,00 Euro  
Massimale Enasarco Plurimandatario 25.000,00 Euro

Comunicato stampa Agenzia delle Entrate del 23 maggio 2017.
I requisiti necessari per accedere alle agevolazioni, le modalità di esercizio delle opzioni e gli effetti per chi sceglie di stabilirsi in Italia. Arrivano i chiarimenti delle Entrate su tutti i regimi agevolativi previsti per le persone fisiche che trasferiscono la residenza fiscale nel nostro Paese. Nella circolare n. 17/E di oggi vengono illustrate dettagliatamente le caratteristiche e i meccanismi degli incentivi attualmente in vigore per “attrarre capitale umano”: dai cosiddetti “impatriati”, ovvero lavoratori dipendenti o autonomi, manager, lavoratori ad alta specializzazione e laureati, agli high net worth individual, neo residenti ad alta capacità contributiva, passando per docenti e ricercatori e lavoratori “contro-esodati”.
“Lavoratori impatriati”, tutte le novità dal 1° gennaio 2017 - Chiarimenti in arrivo per il regime dei cosiddetti “lavoratori impatriati”, ossia coloro che, in possesso di specifici requisiti, trasferiscono la propria residenza fiscale in Italia per svolgervi un’attività lavorativa.
Per costoro già dal 2016 è previsto un regime di imponibilità ridotta dei redditi di lavoro dipendente prodotti in Italia, che dallo scorso 1° gennaio, grazie alle modifiche introdotte dalla Legge di Bilancio, è passata dal 70% al 50% e si è estesa anche ai redditi di lavoro autonomo. La circolare illustra tutti i dettagli in merito alle novità introdotte nel regime, in particolare riguardo ai requisiti richiesti per l’accesso al beneficio, che sono stati notevolmente semplificati. Viene chiarito che il regime speciale è consentito anche ai manager in posizione di distacco, a partire dal periodo d’imposta in cui acquisiscono la residenza fiscale italiana.
Ugualmente può rientrare nell’imponibilità ridotta chi trasferisce la residenza in Italia prima ancora di iniziare l’attività, a condizione che i due eventi siano collegabili.
Gli incentivi per i ricercatori e i docenti - È prevista una tassazione agevolata per i redditi di lavoro dipendente e di lavoro autonomo prodotti in Italia per lo svolgimento dell’attività di docenza e ricerca che concorrono alla formazione del reddito complessivo nella misura del 10% e sono esclusi dal valore della produzione netta ai fini Irap. L’agevolazione si applica a decorrere dal periodo di imposta in cui il docente o il ricercatore diviene fiscalmente residente nel territorio dello Stato e nei tre periodi di imposta successivi, sempreché permanga la residenza fiscale in Italia.
Per accedere al beneficio i docenti e i ricercatori devono essere in possesso di un titolo di studio universitario o equiparato, non essere stati occasionalmente residenti all’estero, aver svolto all’estero documentata attività di ricerca o docenza per almeno due anni continuativi presso centri di ricerca pubblici o privati o università, svolgere attività di docenza e ricerca in Italia e, infine, acquisire la residenza fiscale nel territorio dello Stato.
Quale agevolazione per i lavoratori “controesodati” - I lavoratori che sono stati residenti in Italia e che, dopo essersi trasferiti all’estero, vi hanno fatto ritorno entro il 31 dicembre 2015 (“controesodati”) possono fruire di incentivi fiscali sotto forma di parziale imponibilità del reddito derivante dalle attività di lavoro dipendente, autonomo
o d’impresa avviate in Italia. In particolare, possono optare per l’applicazione del regime degli impatriati e, quindi, richiedere la tassazione dei redditi, prodotti in Italia,
su una base imponibile del 70 % per il 2016 e del 50 % per gli anni 2017-2020. Tra i requisiti per essere inclusi nella norma agevolativa, vi è la condizione di essere già stati residenti per almeno 24 mesi continuativi in Italia, la cittadinanza in uno dei paesi dell’Unione Europea, il possesso del titolo di laurea, l’iscrizione nelle liste anagrafiche
della popolazione residente e il trasferimento del proprio domicilio e della propria residenza entro tre mesi dall’assunzione o dall’avvio dell’attività. Regime opzionale di imposizione sostitutiva per i nuovi residenti - La circolare fornisce chiarimenti sul nuovo regime fiscale, introdotto dall’ultima Legge di Bilancio
all’articolo 24-bis del Tuir, volto a incentivare il trasferimento della residenza nel nostro Paese di soggetti ad elevata capacità contributiva.
Si tratta di una misura che consente alle persone fisiche che intendono spostare la loro residenza fiscale in Italia di beneficiare di un’imposta sostitutiva sui redditi prodotti
all’estero, stabilita forfettariamente nella misura di 100 mila euro per ciascun periodo d’imposta in cui resta valevole l’opzione. Il regime può essere esteso anche a favore di
uno o più familiari, i quali sono tenuti a versare un’imposta sostitutiva pari a 25.000 euro.
Per fruire del regime agevolato è necessario, oltre all’effettivo trasferimento in Italia, che la persona fisica non sia stata fiscalmente residente nel territorio dello Stato per
almeno nove dei dieci periodi d’imposta precedenti all’inizio di validità dell’opzione.
L’accesso al nuovo regime si realizza tramite opzione direttamente nella dichiarazione dei redditi, da presentare entro i termini ordinari. La circolare ricorda la possibilità, nel caso in cui il contribuente nutra dubbi circa la sussistenza dei requisiti soggettivi e oggettivi per l’accesso al regime, di presentare una specifica istanza preventiva di
interpello. Vengono, inoltre, forniti chiarimenti in merito ai redditi che rientrano nell’ambito di applicazione dell’opzione, al valore “in ingresso” dei beni detenuti dai
neo-residenti e all’applicazione delle convenzioni internazionali contro la doppia imposizione.

 

 

Interessi di mora automatici per i ritardi nei pagamenti delle transazioni commerciali fissata la nuova determinazione
 

Il Comunicato del MEF, che indica il saggio di interesse da applicare ai debitori in caso di ritardo dei pagamenti nelle transazioni commerciali, al netto della maggiorazione ivi prevista (8 punti percentuali), ai sensi dell'art. 5, comma 2, del Decreto Legislativo 9 ottobre 2002, n. 231 così come modificato dal Decreto Legislativo 9 novembre 2012, n. 192 - relativo al primo semestre 2017 - è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 18 del 23 gennaio 2017.

Il tasso di interesse previsto per il primo semestre 2017 è stato stabilito allo 0,00%. Aggiunto alla maggiorazione prevista di 8 punti, il nuovo tasso di mora automatico da applicare ai ritardati pagamenti dal 01 gennaio 2017 al 31 luglio 2017, risulta essere dell'8,00%. Si ricorda che dal 01 luglio 2016 al 31 dicembre 2016 tale tasso era stato fissato sempre all'8,00%.

Comunicato stampa UNIONCAMERE del 27 aprile 2017
Più imprese nei servizi meno nel commercio, costruzioni e agricoltura. Il primo
trimestre del 2017 si chiude in “rosso”, come storicamente accade in questo periodo dell’anno, con un saldo negativo tra iscrizioni e cessazioni di quasi 16mila aziende.
Da gennaio a marzo, è cresciuto il numero delle nuove imprese che, nel complesso, sfiorano quota 116mila, il valore più alto in assoluto dei primi trimestri degli ultimi quattro anni. Rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso è tornato però a salire anche il numero delle imprese cessate che, quest'anno, ha toccato le 131.345
unità. Conseguentemente il saldo fra iscrizioni e cessazioni è risultato negativo per 15.606 unità, in peggioramento rispetto al I° trimestre del 2016 e in controtendenza dopo un triennio in cui il bilancio trimestrale delle imprese - pur mantenendosi sempre in campo negativo - aveva mostrato segnali di progressivo recupero.
Il primo trimestre si conferma in rosso anche per le imprese artigiane (-10.942 unità il saldo), ma la riduzione della base imprenditoriale è la più contenuta dell'ultimo decennio, conseguenza diretta di un numero di cessazioni sceso sotto la soglia delle 40mila unità, anch'esso il valore più basso fatto registrare negli ultimi dieci
anni nell’universo artigiano. Complessivamente il totale delle imprese presenti nei registri camerali alla fine di marzo risulta pari a 6.038.746 unità, di cui 1.327.006 artigiane.
E’ questa - in estrema sintesi - la dinamica che emerge dalla lettura dei dati ufficiali sulla natalità e mortalità delle imprese italiane nel I° trimestre 2017, diffusi da Unioncamere - InfoCamere. Tutti i dati sono disponibili online all’indirizzo www.infocamere.it “Nonostante le difficoltà cresce la voglia di fare impresa degli italiani. Ma occorre accompagnare la nascita di queste nuove realtà imprenditoriali affinchè possano nascere più forti e crescere prima”. E’ il commento del presidente di Unioncamere, Ivan Lo Bello, che aggiunge “la riforma delle Camere di commercio ci ha affidato una funzione specifica in tema di creazione di impresa e start up, un impegno che intediamo portare avanti intensificando i nostri sforzi per sostenere nel concreto la crescita del nostro sistema produttivo.”
L’analisi per natura giuridica evidenzia un andamento controcorrente delle società di capitali: 13.613 in più in tre mesi (pari ad un tasso di crescita dello 0,9%). La loro vitalità riesce solo in parte a controbilanciare il saldo
negativo delle ditte individuali, diminuite nello stesso perido di 22.247 unità (pari allo 0,69% in meno rispetto
alla fine dello scorso anno), risultato peggiore di quello del 2016, quando il saldo si attestò a -21mila unità.
Tra le regioni, saldi con segno positivo - seppur contenuti - si registrano nel Lazio (+902), in Sardegna (+568), Sicilia (223) e Calabria (+133), ma nessuna delle quattro ripartizioni geografiche, nel trimestre da poco concluso, si colloca in terreno positivo: il Sud e Isole fa registrare il migliore risultato del periodo (solo -1.670
imprese), mentre è al Nord-Ovest la contrazione più sensibile (-6.099 unità). Nel complesso, in 11 regioni su 19 il saldo del trimestre peggiora rispetto al corrispondente periodo del 2016. Tra gli artigiani, nessuna regione chiude in positivo e in due casi (Toscana e Sardegna) si registra un' ulteriore contrazione rispetto allo stesso trimestre dello scorso anno.
Guardando ai settori, gli unici che vedono aumentare in modo apprezzabile la propria base imprenditoriale sono quelli del Noleggio, agenzie di viaggio e servizi alle imprese (+1.300 imprese, di cui 473 artigiane), le Attività professionali scientifiche e tecniche (+459, -95 tra le imprese artigiane) e il settore della Sanità e assistenza sociale (+335). Il Commercio è il settore che, in termini assoluti, arretra maggiormente (oltre la metà dell’intero saldo negativo: 8.701 imprese in meno, -0,57% in termini relativi). Seguono le Costruzioni con una flessione di 5.582 unità (-0,67%) e l'Agricoltura (-4.997 unità, per una flessione in termini relativi dello 0,66%).
I marchi sono iscritti tra le immobilizzazioni immateriali al costo. Non sono iscrivibili i marchi acquisiti a titolo gratuito, che, quindi, non possono costituire oggetto di ammortamento.
A seguito delle variazioni apportate dal D.L. n. 223/2006, convertito dalla Legge 4 agosto 2006 n. 248, sono mutati, dal 2006, i criteri di ammortamento fiscale dei marchi, nonché dei brevetti e degli altri diritti di utilizzazione delle opere dell'ingegno. La quota massima fiscalmente detraibile nell'esercizio degli ammortamenti dei marchi è stata ridotta all' 1/18 del costo (aliquota massima del 5,56%), rispetto alla precedente misura dell' 1/10 del costo stesso (si veda l'articolo 103 del TUIR 917/86).
Si rammenta che dal punto di vista civilistico, l'ammortamento dei marchi deve invece avvenire "sistematicamente" in relazione alla residua possibilità di utilizzazione.

Comunicato stampa INPS del 1 giugno 2017
Con la circolare n. 93 del 30 maggio 2017, l’Inps ha avviato nuove metodologie di controllo “preventivo” per il contrasto dell’instaurazione di rapporti di lavoro simulati finalizzati alla fruizione di prestazioni previdenziali indebite. Con il piano operativo denominato “FROZEN”, infatti, viene introdotto un approccio metodologico preordinato a limitare l’insorgere di condizioni che possono determinare situazioni di irregolarità o frod, attraverso l’analisi sistematica delle informazioni trasmesse dalle aziende con
le dichiarazioni contributive e di quelle disponibili nelle banche dati delle altre pubbliche amministrazioni. Questa metodologia di controllo si affianca a  quella  più tradizionale consistente in  forme  di  controllo “ex  post” svolte  nel  corso dell’erogazione  dei  trattamenti  previdenziali  e  finalizzate  a  rilevare eventuali anomaliedesumibili all’atto di liquidazione delleprestazioni.FROZEN  adotta  una  metodologia  di  controllo automatizzata basata  su  sistemi statistici predittivi, in grado di intercettare i flussi informativi a rischioprima che gli  stessi  implementino  le  basi  dati  e  il  conto  assicurativo  individuale  del lavoratore.
Con  i  nuovi  applicativi,  le  denunce  individuali  vengono  analizzate  mensilmente sulla  base  di  un  sistema  integrato  di  indicatori,  intercettando  quelle  che presentano  profili di rischio, e supportando i successivi accertamenti da parte delle strutture territoriali dell’Istituto.
Dal momento che l’intero processo di controllo viene svolto prima che i dati finiscano nelle singole posizioni assicurative, i periodi sottoposti  a verifica non vengono  resi  disponibiliper  il  riconoscimento delle prestazioni fino all’esito finale.
L’attivazione di queste nuove metodologie di controllo è finalizzata ad accrescere l’efficacia delle attività di  contrasto dei fenomeni di illegalità e irregolarità,  fenomeni che arrecano danni alle aziende e agli intermediari previdenziali che improntano il loro comportamento al rispetto dei canoni normativi e che rappresentano la  grandissima parte del mondo del lavoro del Paese.
L’Istituto confida, pertanto, che la consueta collaborazione da parte dei soggetti contribuenti e dei loro intermediari previdenziali consenta di realizzare con rapidità lo svolgimento delle relative attività di accertamento.
Nel corso della prima fase l’attività di controllo descritta riguarderà i datori di lavoro che utilizzano il  flusso UniEmens, e sarà successivamente estesa alle altre tipologie,  con  particolare riguardo alle aziende agricole,  ai committenti  di assicurati iscritti alla gestione separata e ai datori di lavoro domestico.

Comunicato stampa ABI del 6 maggio 2017.

Proseguono a pieno ritmo le iniziative delle banche in Italia sulla sospensione delle rate o allungamento dei finanziamenti alle Pmi.
Al 31 marzo 2017 sono state accolte 16.224 domande di sospensione del pagamento delle rate per un controvalore complessivo di debito residuo pari a 4,7 miliardi di euro e una maggior liquidità a disposizione delle imprese di 603 milioni di euro. Inoltre, sono state accolte 5.320 domande di allungamento del piano di ammortamento pari a 1,1 miliardi di euro di debito residuo.
L’iniziativa ‘Imprese in ripresa’, che rientra nel più ampio “Nuovo Accordo in favore delle piccole e medie imprese” sottoscritto dall’ABI, dalle banche e dalle altre Associazioni di impresa il 31 marzo 2015, prevede la possibilità per tutte le Pmi “in bonis” di sospendere la quota capitale delle rate di mutui e leasing, anche agevolati o perfezionati con cambiali; allungare il piano di ammortamento dei mutui e le scadenze del credito a breve termine e del credito agrario.
L’analisi relativa alla distribuzione delle domande per attività economica dell’impresa richiedente evidenzia che:
• il 21,4% delle domande è riferito ad imprese del settore “commercio e alberghiero”;
• il 13,8% delle domande è riferito ad imprese del settore “industria”;
• il 16,7% delle domande è riferito ad imprese del settore “edilizia e opere pubbliche”;
• il 12,4% delle domande è riferito ad imprese del settore “artigianato”;
• il 9,2% delle domande è riferito ad imprese del settore “agricoltura”;
• il restante 26,5% agli “altri servizi”.
L’analisi relativa alla distribuzione territoriale delle domande accolte, per sede legale dell’impresa richiedente, evidenzia che:
• il 64,7% è riferito ad imprese residenti nel Nord Italia;
• il 20,0% è riferito ad imprese residenti nel Centro Italia;
• il 15,3% è riferito ad imprese residenti nel Sud Italia.
Si sottolinea che il nuovo Accordo per il Credito 2015 consente di sospendere anche i finanziamenti che hanno già beneficiato di tale strumento negli anni passati, con la sola esclusione di quelli per i quali la sospensione è stata richiesta nei 24 mesi precedenti.

L’accesso al credito è ormai da anni una criticità per aziende e famiglie a livello dell’intera Unione europea.
La crisi di liquidità, infatti, nonostante i pesanti interventi della Banca Centrale Europea (BCE) - quali il Quantitative Easing (QE) avviato a marzo 2011 o il Targeted Longer-Term Refinancing Operations (TLTRO) del 29 luglio 2014, attraverso il quale il Consiglio Direttivo della BCE ha deciso di condurre per un periodo di due anni (rinnovato il 28 aprile 2016), con cadenza trimestrale, una serie di operazioni mirate di rifinanziamento con tasso di interesse fisso di 10 punti base sopra quello di riferimento con scadenza a 4 anni - finalizzati ad una immissione di liquidità nel sistema, ha fortemente inciso sui finanziamenti bancari in Italia (da agosto 2014 si è registrata una diminuzione in valore assoluto pari a 13,2 miliardi di euro verso le imprese).
Più in generale, dall’inizio della crisi il sistema economico italiano ha subito una contrazione nell’erogazione del credito del 9,2%; percentuale corrispondente ad una riduzione dei prestiti pari a quasi 91 miliardi di euro.

Già da alcuni anni gli organi istituzionali comunitari stanno studiando approfonditamente il fenomeno del credit crusca e il 14 novembre 2013 è stata pubblicata un’indagine condotta congiuntamente dalla Commissione europea e dalla BCE dal titolo “Report on the Access to Finance of Small and Medium-sized Enterprises”. Dal documento è emerso che circa il 34% delle PMI oggetto dell’indagine non ha potuto ottenere l’importo completo dei finanziamenti richiesti, soprattutto a causa delle condizioni contrattuali imposte dagli istituti bancari, in particolare tassi di interesse in costante aumento e richiesta proibitiva di garanzie.
Il dato è fortemente significativo se si considera che una rilevante maggioranza delle aziende europee accede al credito attraverso il canale bancario. Si è quindi creato un “collo di bottiglia” sempre più stretto che le aziende - specialmente quelle in fase di start-up - non sempre sono in grado di attraversare.
Dai dati del Report on the Access to Finance poc’anzi citato, comunque, il periodo peggiore sembra essere alle spalle, dato il (lento) miglioramento delle condizioni di credito bancario. La speranza, ad oggi, è che la slavina della crisi finanziaria stia arrivando a vale, ma per le nostre aziende non è ancora il momento di smettere di correre.
 
“Chi lotta contro i mostri deve fare attenzione a non diventare lui stesso un mostro. E se tu riguarderai a lungo in un abisso, anche l'abisso vorrà guardare dentro di te” - Friedrich Wilhelm Nietzsche
 
Articolo redatto dal Dott. Riccardo Cerulli - 25/05/2017
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