Interessi di mora automatici per i ritardi nei pagamenti delle transazioni commerciali fissata la nuova determinazione
 
Il Comunicato del MEF, che indica il saggio di interesse da applicare ai debitori in caso di ritardo dei pagamenti nelle transazioni commerciali, al netto della maggiorazione ivi prevista (8 punti percentuali), ai sensi dell'art. 5, comma 2, del Decreto Legislativo 9 ottobre 2002, n. 231 così come modificato dal Decreto Legislativo 9 novembre 2012, n. 192 - relativo al secondo semestre 2017 - è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 171 del 24 luglio 2017.

Il tasso di interesse previsto per il secondo semestre 2017 è stato stabilito allo 0,00%. Aggiunto alla maggiorazione prevista di 8 punti, il nuovo tasso di mora automatico da applicare ai ritardati pagamenti dal 01 luglio 2017 al 31 dicembre 2017, risulta essere dell'8,00%. Si ricorda che dal 01 luglio 2016 al 31 dicembre 2016 tale tasso era stato fissato sempre all'8,00%.

Comunicato stampa UNIONCAMERE del 27 aprile 2017
Più imprese nei servizi meno nel commercio, costruzioni e agricoltura. Il primo
trimestre del 2017 si chiude in “rosso”, come storicamente accade in questo periodo dell’anno, con un saldo negativo tra iscrizioni e cessazioni di quasi 16mila aziende.
Da gennaio a marzo, è cresciuto il numero delle nuove imprese che, nel complesso, sfiorano quota 116mila, il valore più alto in assoluto dei primi trimestri degli ultimi quattro anni. Rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso è tornato però a salire anche il numero delle imprese cessate che, quest'anno, ha toccato le 131.345
unità. Conseguentemente il saldo fra iscrizioni e cessazioni è risultato negativo per 15.606 unità, in peggioramento rispetto al I° trimestre del 2016 e in controtendenza dopo un triennio in cui il bilancio trimestrale delle imprese - pur mantenendosi sempre in campo negativo - aveva mostrato segnali di progressivo recupero.
Il primo trimestre si conferma in rosso anche per le imprese artigiane (-10.942 unità il saldo), ma la riduzione della base imprenditoriale è la più contenuta dell'ultimo decennio, conseguenza diretta di un numero di cessazioni sceso sotto la soglia delle 40mila unità, anch'esso il valore più basso fatto registrare negli ultimi dieci
anni nell’universo artigiano. Complessivamente il totale delle imprese presenti nei registri camerali alla fine di marzo risulta pari a 6.038.746 unità, di cui 1.327.006 artigiane.
E’ questa - in estrema sintesi - la dinamica che emerge dalla lettura dei dati ufficiali sulla natalità e mortalità delle imprese italiane nel I° trimestre 2017, diffusi da Unioncamere - InfoCamere. Tutti i dati sono disponibili online all’indirizzo www.infocamere.it “Nonostante le difficoltà cresce la voglia di fare impresa degli italiani. Ma occorre accompagnare la nascita di queste nuove realtà imprenditoriali affinchè possano nascere più forti e crescere prima”. E’ il commento del presidente di Unioncamere, Ivan Lo Bello, che aggiunge “la riforma delle Camere di commercio ci ha affidato una funzione specifica in tema di creazione di impresa e start up, un impegno che intediamo portare avanti intensificando i nostri sforzi per sostenere nel concreto la crescita del nostro sistema produttivo.”
L’analisi per natura giuridica evidenzia un andamento controcorrente delle società di capitali: 13.613 in più in tre mesi (pari ad un tasso di crescita dello 0,9%). La loro vitalità riesce solo in parte a controbilanciare il saldo
negativo delle ditte individuali, diminuite nello stesso perido di 22.247 unità (pari allo 0,69% in meno rispetto
alla fine dello scorso anno), risultato peggiore di quello del 2016, quando il saldo si attestò a -21mila unità.
Tra le regioni, saldi con segno positivo - seppur contenuti - si registrano nel Lazio (+902), in Sardegna (+568), Sicilia (223) e Calabria (+133), ma nessuna delle quattro ripartizioni geografiche, nel trimestre da poco concluso, si colloca in terreno positivo: il Sud e Isole fa registrare il migliore risultato del periodo (solo -1.670
imprese), mentre è al Nord-Ovest la contrazione più sensibile (-6.099 unità). Nel complesso, in 11 regioni su 19 il saldo del trimestre peggiora rispetto al corrispondente periodo del 2016. Tra gli artigiani, nessuna regione chiude in positivo e in due casi (Toscana e Sardegna) si registra un' ulteriore contrazione rispetto allo stesso trimestre dello scorso anno.
Guardando ai settori, gli unici che vedono aumentare in modo apprezzabile la propria base imprenditoriale sono quelli del Noleggio, agenzie di viaggio e servizi alle imprese (+1.300 imprese, di cui 473 artigiane), le Attività professionali scientifiche e tecniche (+459, -95 tra le imprese artigiane) e il settore della Sanità e assistenza sociale (+335). Il Commercio è il settore che, in termini assoluti, arretra maggiormente (oltre la metà dell’intero saldo negativo: 8.701 imprese in meno, -0,57% in termini relativi). Seguono le Costruzioni con una flessione di 5.582 unità (-0,67%) e l'Agricoltura (-4.997 unità, per una flessione in termini relativi dello 0,66%).
I marchi sono iscritti tra le immobilizzazioni immateriali al costo. Non sono iscrivibili i marchi acquisiti a titolo gratuito, che, quindi, non possono costituire oggetto di ammortamento.
A seguito delle variazioni apportate dal D.L. n. 223/2006, convertito dalla Legge 4 agosto 2006 n. 248, sono mutati, dal 2006, i criteri di ammortamento fiscale dei marchi, nonché dei brevetti e degli altri diritti di utilizzazione delle opere dell'ingegno. La quota massima fiscalmente detraibile nell'esercizio degli ammortamenti dei marchi è stata ridotta all' 1/18 del costo (aliquota massima del 5,56%), rispetto alla precedente misura dell' 1/10 del costo stesso (si veda l'articolo 103 del TUIR 917/86).
Si rammenta che dal punto di vista civilistico, l'ammortamento dei marchi deve invece avvenire "sistematicamente" in relazione alla residua possibilità di utilizzazione.

Comunicato stampa INPS del 1 giugno 2017
Con la circolare n. 93 del 30 maggio 2017, l’Inps ha avviato nuove metodologie di controllo “preventivo” per il contrasto dell’instaurazione di rapporti di lavoro simulati finalizzati alla fruizione di prestazioni previdenziali indebite. Con il piano operativo denominato “FROZEN”, infatti, viene introdotto un approccio metodologico preordinato a limitare l’insorgere di condizioni che possono determinare situazioni di irregolarità o frod, attraverso l’analisi sistematica delle informazioni trasmesse dalle aziende con
le dichiarazioni contributive e di quelle disponibili nelle banche dati delle altre pubbliche amministrazioni. Questa metodologia di controllo si affianca a  quella  più tradizionale consistente in  forme  di  controllo “ex  post” svolte  nel  corso dell’erogazione  dei  trattamenti  previdenziali  e  finalizzate  a  rilevare eventuali anomaliedesumibili all’atto di liquidazione delleprestazioni.FROZEN  adotta  una  metodologia  di  controllo automatizzata basata  su  sistemi statistici predittivi, in grado di intercettare i flussi informativi a rischioprima che gli  stessi  implementino  le  basi  dati  e  il  conto  assicurativo  individuale  del lavoratore.
Con  i  nuovi  applicativi,  le  denunce  individuali  vengono  analizzate  mensilmente sulla  base  di  un  sistema  integrato  di  indicatori,  intercettando  quelle  che presentano  profili di rischio, e supportando i successivi accertamenti da parte delle strutture territoriali dell’Istituto.
Dal momento che l’intero processo di controllo viene svolto prima che i dati finiscano nelle singole posizioni assicurative, i periodi sottoposti  a verifica non vengono  resi  disponibiliper  il  riconoscimento delle prestazioni fino all’esito finale.
L’attivazione di queste nuove metodologie di controllo è finalizzata ad accrescere l’efficacia delle attività di  contrasto dei fenomeni di illegalità e irregolarità,  fenomeni che arrecano danni alle aziende e agli intermediari previdenziali che improntano il loro comportamento al rispetto dei canoni normativi e che rappresentano la  grandissima parte del mondo del lavoro del Paese.
L’Istituto confida, pertanto, che la consueta collaborazione da parte dei soggetti contribuenti e dei loro intermediari previdenziali consenta di realizzare con rapidità lo svolgimento delle relative attività di accertamento.
Nel corso della prima fase l’attività di controllo descritta riguarderà i datori di lavoro che utilizzano il  flusso UniEmens, e sarà successivamente estesa alle altre tipologie,  con  particolare riguardo alle aziende agricole,  ai committenti  di assicurati iscritti alla gestione separata e ai datori di lavoro domestico.

Comunicato stampa ABI del 6 maggio 2017.

Proseguono a pieno ritmo le iniziative delle banche in Italia sulla sospensione delle rate o allungamento dei finanziamenti alle Pmi.
Al 31 marzo 2017 sono state accolte 16.224 domande di sospensione del pagamento delle rate per un controvalore complessivo di debito residuo pari a 4,7 miliardi di euro e una maggior liquidità a disposizione delle imprese di 603 milioni di euro. Inoltre, sono state accolte 5.320 domande di allungamento del piano di ammortamento pari a 1,1 miliardi di euro di debito residuo.
L’iniziativa ‘Imprese in ripresa’, che rientra nel più ampio “Nuovo Accordo in favore delle piccole e medie imprese” sottoscritto dall’ABI, dalle banche e dalle altre Associazioni di impresa il 31 marzo 2015, prevede la possibilità per tutte le Pmi “in bonis” di sospendere la quota capitale delle rate di mutui e leasing, anche agevolati o perfezionati con cambiali; allungare il piano di ammortamento dei mutui e le scadenze del credito a breve termine e del credito agrario.
L’analisi relativa alla distribuzione delle domande per attività economica dell’impresa richiedente evidenzia che:
• il 21,4% delle domande è riferito ad imprese del settore “commercio e alberghiero”;
• il 13,8% delle domande è riferito ad imprese del settore “industria”;
• il 16,7% delle domande è riferito ad imprese del settore “edilizia e opere pubbliche”;
• il 12,4% delle domande è riferito ad imprese del settore “artigianato”;
• il 9,2% delle domande è riferito ad imprese del settore “agricoltura”;
• il restante 26,5% agli “altri servizi”.
L’analisi relativa alla distribuzione territoriale delle domande accolte, per sede legale dell’impresa richiedente, evidenzia che:
• il 64,7% è riferito ad imprese residenti nel Nord Italia;
• il 20,0% è riferito ad imprese residenti nel Centro Italia;
• il 15,3% è riferito ad imprese residenti nel Sud Italia.
Si sottolinea che il nuovo Accordo per il Credito 2015 consente di sospendere anche i finanziamenti che hanno già beneficiato di tale strumento negli anni passati, con la sola esclusione di quelli per i quali la sospensione è stata richiesta nei 24 mesi precedenti.

L’accesso al credito è ormai da anni una criticità per aziende e famiglie a livello dell’intera Unione europea.
La crisi di liquidità, infatti, nonostante i pesanti interventi della Banca Centrale Europea (BCE) - quali il Quantitative Easing (QE) avviato a marzo 2011 o il Targeted Longer-Term Refinancing Operations (TLTRO) del 29 luglio 2014, attraverso il quale il Consiglio Direttivo della BCE ha deciso di condurre per un periodo di due anni (rinnovato il 28 aprile 2016), con cadenza trimestrale, una serie di operazioni mirate di rifinanziamento con tasso di interesse fisso di 10 punti base sopra quello di riferimento con scadenza a 4 anni - finalizzati ad una immissione di liquidità nel sistema, ha fortemente inciso sui finanziamenti bancari in Italia (da agosto 2014 si è registrata una diminuzione in valore assoluto pari a 13,2 miliardi di euro verso le imprese).
Più in generale, dall’inizio della crisi il sistema economico italiano ha subito una contrazione nell’erogazione del credito del 9,2%; percentuale corrispondente ad una riduzione dei prestiti pari a quasi 91 miliardi di euro.

Già da alcuni anni gli organi istituzionali comunitari stanno studiando approfonditamente il fenomeno del credit crusca e il 14 novembre 2013 è stata pubblicata un’indagine condotta congiuntamente dalla Commissione europea e dalla BCE dal titolo “Report on the Access to Finance of Small and Medium-sized Enterprises”. Dal documento è emerso che circa il 34% delle PMI oggetto dell’indagine non ha potuto ottenere l’importo completo dei finanziamenti richiesti, soprattutto a causa delle condizioni contrattuali imposte dagli istituti bancari, in particolare tassi di interesse in costante aumento e richiesta proibitiva di garanzie.
Il dato è fortemente significativo se si considera che una rilevante maggioranza delle aziende europee accede al credito attraverso il canale bancario. Si è quindi creato un “collo di bottiglia” sempre più stretto che le aziende - specialmente quelle in fase di start-up - non sempre sono in grado di attraversare.
Dai dati del Report on the Access to Finance poc’anzi citato, comunque, il periodo peggiore sembra essere alle spalle, dato il (lento) miglioramento delle condizioni di credito bancario. La speranza, ad oggi, è che la slavina della crisi finanziaria stia arrivando a vale, ma per le nostre aziende non è ancora il momento di smettere di correre.
 
“Chi lotta contro i mostri deve fare attenzione a non diventare lui stesso un mostro. E se tu riguarderai a lungo in un abisso, anche l'abisso vorrà guardare dentro di te” - Friedrich Wilhelm Nietzsche
 
Articolo redatto dal Dott. Riccardo Cerulli - 25/05/2017
Comunicato stampa Agenzia delle Entrate del 27 aprile 2017.
La rivalutazione dei beni d’impresa e delle partecipazioni per i soggetti che non adottano i principi contabili internazionali nella redazione del bilancio deve essere eseguita nel bilancio o rendiconto relativo all’esercizio successivo a quello in corso al 31 dicembre 2015.  Questa una delle precisazioni contenute nella circolare n. 14/E di oggi con cui l’Agenzia delle Entrate fornisce chiarimenti in merito alla disciplina della rivalutazione dei beni d’impresa (ad esclusione degli immobili alla cui produzione o al cui scambio è diretta l’attività d’impresa) e delle partecipazioni per  i soggetti non Ias/Ifrs. La legge di bilancio ha reintrodotto questa disciplina con  alcune novità che riguardano il bilancio in cui individuare i beni rivalutabili, ossia  quello relativo all’esercizio in corso alla data del 31 dicembre 2015 e il bilancio in  cui deve essere eseguita la rivalutazione, ossia il bilancio relativo all’esercizio successivo a quello in corso al 31 dicembre 2015.
Chi può procedere alla rivalutazione – I soggetti che possono effettuare la rivalutazione sono quelli che non adottano i principi contabili internazionali nella redazione del bilancio di esercizio. Sono ammesse alla rivalutazione anche le società in nome collettivo, in accomandita semplice ed equiparate, le imprese individuali e le società di persone in contabilità semplificata. Sono inclusi, inoltre, i soggetti in contabilità ordinaria e quelli che fruiscono di regimi semplificati di contabilità.
Su quali beni si applica la rivalutazione – Possono formare oggetto di rivalutazione i
beni d’impresa, con esclusione degli immobili alla cui produzione e al cui scambio è
diretta l’attività di impresa e anche le partecipazioni in società controllate e collegate. Rientrano anche i beni completamente ammortizzati e le immobilizzazioni in  corso risultanti dall’attivo dello stato patrimoniale del bilancio relativo all’esercizio in corso alla data del 31 dicembre 2015.
Per poter effettuare la rivalutazione è necessario che i beni e le partecipazioni siano iscritti sia nelbilancio relativo all’esercizio in corso al 31 dicembre 2015 sia nel bilancio relativo all’esercizio successivo.
L’affrancamento del saldo attivo e il riallineamento – Contemporaneamente alla rivalutazione, è possibile effettuare l’affrancamento del saldo attivo di rivalutazione
tramite il pagamento di un’imposta sostitutiva delle imposte sui redditi, dell’Irap e di eventuali addizionali nella misura del 10%. L’affrancamento non produce effetti sul differimento del riconoscimento fiscale del maggior valore iscritto in bilancio sui  beni in conseguenza della rivalutazione. Con il riallineamento è possibile, invece, adeguare i valori fiscali ai maggiori valori dei beni relativi all’impresa che risultano iscritti nel bilancio relativo all’esercizio chiuso entro il 31 dicembre  2015. La disciplina del riallineamento può essere utilizzata anche congiuntamente alla rivalutazione del bene; con il riallineamento si ottiene il riconoscimento fiscale del  maggior valore del bene risultante dal bilancio, mentre, con la rivalutazione, si realizza l’ulteriore incremento di questo valore con effetti sia civili che fiscali.  La legge di bilancio ha esteso anche ai soggetti che utilizzano i principi contabili internazionali la disciplina del riallineamentodei valori; questi soggetti possono  riallineare le differenze di valori esistenti sulle partecipazioni in società ed   enti, che costituiscono immobilizzazioni finanziarie.  
Inoltre, il disallineamento tra i valori fiscali e contabili, emergenti nel bilancio in corso al 31 dicembre 2015, può derivare anche dall’adozione del criterio del fair value, nell’ipotesi in cui lo stesso ha determinato l’iscrizione di un maggior valore contabile rispetto a quello fiscale.
L’ammortamento titoli smarriti, è una procedura che priva di validità verso i terzi un titolo (es. assegno,  libretto, cambiale) smarrito, distrutto o rubato e consente di ottenere un decreto che ne autorizza il pagamento o il duplicato.
Chi aveva il possesso del titolo smarrito, distrutto o rubato deve:
  • dare comunicazione dello smarrimento, distruzione o furto al trattario o all’istituto bancario emittente o alla società emittente con raccomandata o altro (questo nei casi previsti dalla legge, ossia per i libretti al portatore, i certificati di deposito, le polizze di pegno, le azioni);
  • fare denuncia all’autorità giudiziaria tramite Polizia e/o Carabinieri, ecc...;
  • fare richiesta di ammortamento (domande specifiche) indirizzata al Presidente del Tribunale del luogo dove il titolo è pagabile (salvo leggi speciali), compilando anche la nota di iscrizione a ruolo.
Nel caso di titoli rappresentativi di depositi bancari al portatore (libretti o certificati) l’interessato deve, altresì, portare copia dell’ istanza di ammortamento con il timbro di avvenuto deposito all’ Istituto che ha rilasciato il titolo (Banca o Posta).
Il Presidente del Tribunale pronuncia un decreto di ammortamento con il quale dichiara inefficace il titolo ed autorizza la banca a rilasciare il duplicato (o autorizza il pagamento a seconda del titolo) dopo l’eventuale pubblicazione su G.U, se disposta, o l’affissione del decreto nei locali della banca. Il ricorrente deve chiedere 1 o 2 copie autentiche del decreto necessarie per provvedere alle notifiche (o alla consegna a mani); occorre inoltre una fotocopia del decreto per la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, se disposta.
Alla domanda di ammortamento va allegata la denuncia all’autorità giudiziaria e la denuncia alla banca (o della lettera di denuncia alla società per i titoli  azionari, o della comunicazione al trattario per le cambiali, se prevista) e copia.

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