Qualsiasi controversia che dovesse insorgere tra i soci, o tra i soci e la società, aventi ad oggetto diritti disponibili relativi al rapporto sociale, nonché qualsiasi controversia nei confronti di amministratori, sindaci e liquidatori o tra questi o da essi promossa, ivi comprese le controversie relative alla validità delle delibere assembleari o aventi ad oggetto la qualità di socio, saranno sottoposte ad un tentativo di mediazione ai sensi del D.Lgs. 28/2010, sue eventuali modifiche e successivi decreti di attuazione. Le parti si obbligano espressamente a ricorrere alla Mediazione prima di iniziare qualsiasi procedimento arbitrare o giudiziale.
Nell’ipotesi di mancato accordo, la controversia sarà devoluta al giudizio di un arbitro unico nominato, su istanza delle parte più diligente, dal Presidente dell’Ordine dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili nella cui circoscrizione ha sede la società ed il quale dovrà provvedere alla nomina entro 15 giorni dal ricevimento dell’istanza stessa. L'arbitrato sarà rituale ed il giudizio sarà reso secondo diritto.

L’arbitrato è un metodo di risoluzione alternativo delle controversie. La Camera arbitrale si occupa di amministrare procedimenti arbitrali, i quali consentono di risolvere le liti civili in maniera alternativa rispetto alla giustizia statale, con regole di procedura e costi predeterminati.
Raccolta regolamenti:
 
 

Regolamento della Camera Arbitrale  del "CPRC - Centro per la Prevenzione e Risoluzione dei Conflitti", organismo della Fondazione Telos (Ente costituito dall’Ordine dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili di Roma)

 
 
Un'opzione credibile per lo sviluppo del sistema produttivo italiano
Articolo redatto dall'Avv. Andrea Cruciani il 07/03/2015
 
Il Codice Civile disciplina una particolare forma di contratto chiamato associazione in partecipazione con cui, senza costituire alcun tipo di società, un imprenditore "associante" per svolgere l'attività della sua impresa, o per un determinato affare, si avvale del contributo di un altro o più soggetti che diventano "associati" ma non soci.
Il contributo dell’associato, che la normativa chiama “apporto”, può consistere nel conferimento di denaro o altri beni utili all’imprenditore nonché in attività lavorativa; ogni associato viene compensato per l’apporto conferito con una partecipazione agli utili dell'impresa o dell’affare senza tuttavia assumere la qualità d'imprenditore e senza compiere attività di gestione dell’impresa o dell’affare. 
L’unico rischio patrimoniale che corre ogni associato è limitato al tipo di apporto che fornisce all'imprenditore, non assumendo alcuna responsabilità connessa all'attività d'impresa. 
In caso di perdita, infatti, l’associato può essere chiamato a rispondere delle passività soltanto nei limiti del valore di ciò che egli si è obbligato a conferire come apporto nel contratto di associazione, in quanto, in ogni caso, le perdite che colpiscono l'associato non possono superare il valore del suo apporto (art. 2553 codice civile).
Diversamente, associante e associato possono pattuire che l’associato partecipi solo agli utili e non alle perdite; questa ipotesi, invero, prevista come variante dell’associazione in partecipazione, è chiamata cointeressenza (art. 2554 codice civile). Sia l’associazione in partecipazione che i contratti di cointeressenza sono strumenti di finanziamento dell’impresa alternativi al contratto di società e al credito.
In particolare, il contratto di cointeressenza può dirsi un derivato dell’associazione in partecipazione, tanto che sono applicabili le stesse norme in tema di diritti ed obbligazioni dei terzi, diritti dell’associante e dell’associato (artt. 2551 e 2552 codice civile). 
La normativa vigente identifica due tipologie di cointeressenza classificate come propria e impropria (art. 2554); la cointeressenza propria attribuisce al cointeressato la partecipazione sia agli utili che alle perdite ma senza il corrispettivo di un apporto; la cointeressenza impropria, invece, è quel contratto con il quale l’imprenditore attribuisce al cointeressato, a fronte di un apporto, la partecipazione agli utili escludendo espressamente la partecipazione alle perdite.
 
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Articolo redatto dall'Avv. Andrea Cruciani - 25/01/2015 
 
La nomina di un amministratore di condominio è obbligatoria quando vi sono più di otto condomini.
 
L’amministratore di condominio può essere una persona fisica o una società, sia di persone (società semplice, s.n.c. o s.a.s.) che di capitali (S.p.A., s.r.l., ecc.).
L’amministratore persona fisica deve possedere i seguenti REQUISITI: avere il godimento dei diritti civili; non essere interdetto o inabilitato; non essere stato condannato per delitti contro la pubblica amministrazione, l'amministrazione della giustizia, la fede pubblica, il patrimonio o per ogni altro delitto non colposo per il quale la legge commina la pena della reclusione non inferiore, nel minimo, a 2 anni e, nel massimo, a 5 anni; non essere stato sottoposto a misure di prevenzione divenute definitive, salvo che non sia intervenuta la riabilitazione; non essere stato annotato nell'elenco dei protesti cambiari; possedere il diploma di scuola secondaria di secondo grado; aver frequentato un corso di formazione iniziale; svolgere attività di formazione periodica in materia di amministrazione condominiale; tuttavia, questi ultimi tre requisiti non sono necessari se è nominato amministratore uno dei condomini. 
In ipotesi di amministrazione affidata ad una società, i suddetti medesimi requisiti devono essere posseduti dai soci a responsabilità illimitata (responsabili dei debiti della società anche con il loro patrimonio personale), dagli amministratori della società, nonchè dai dipendenti che vengono incaricati di svolgere concretamente le funzioni di amministrazione dei condominii ai quali la società fornisce i propri servizi.
La perdita dei requisiti, ad eccezione degli ultimi tre, causa l’immediata cessazione dall’incarico di amministratore.

Articolo redatto dall'Avv. Andrea Cruciani - 24/01/2015
 
Salvo diversi accordi risultanti dal contratto di locazione, le spese condominiali cosiddette ordinarie sono a carico dell'inquilino-conduttore.
Dette spese attengono ai costi della fornitura di acqua, di energia elettrica, del gas, dell'eventuale condizionamento e riscaldamento condominiale, del servizio di pulizia delle parti comuni, del servizio di portineria, del funzionamento e della manutenzione dell'ascensore ecc., in sostanza si ha riguardo a tutte quelle spese che sono relative alla gestione degli spazi condivisi e di proprietà condominiale, che possono definirsi come costi ordinari.
Tuttavia, il proprietario è l’unico responsabile nei confronti del condominio ed è solo nei suoi confronti che il condominio può agire legalmente, anche in caso di mancato pagamento imputabile al conduttore.
In altre parole, l’amministratore può pretendere il pagamento delle spese condominiali solo rivolgendosi al condomino proprietario e non può agire direttamente contro l’inquilino. Pertanto, qualora quest’ultimo non adempia alle proprie obbligazioni, il proprietario che dovesse risponderne al condominio potrà poi esercitare il diritto di rivalsa nei confronti dell’inquilino inadempiente, intimandogli il rimborso delle spese sostenute. 
Il conduttore, peraltro, deve provvedere al pagamento entro due mesi dalla richiesta, anche soltanto verbale perché dalla legge non è imposta la forma scritta. Avrà perciò 60 giorni di tempo per provvedere al pagamento e in caso di mancato assolvimento di tali oneri per oltre due mensilità, il proprietario locatore potrà anche richiedere la risoluzione del contratto di locazione.
In conclusione, se chi abita l’immobile non paga, il proprietario può essere chiamato a provvedere al pagamento delle spese condominiali a carico dell’inquilino maturando così il diritto di ottenerne il rimborso. In particolare, decorso infruttuosamente il termine di due mesi dalla richiesta, alla scadenza l’inquilino si considera automaticamente in mora ed il proprietario può agire legalmente nei suoi confronti, anche chiedendo la risoluzione della locazione.
 
 
 
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