Le controversie in materia di condominio, ovverosia riguardanti le parti comuni, relative all’amministratore, all’assemblea e alle delibere condominiali, al regolamento, alle spesealla riscossione dei contributi ecc., rientrano tra quelle per cui è obbligatorio, prima di intentare un’azione giudiziaria, salvo il ricorso per ingiunzione e il cautelare, esperire il procedimento di mediazione ai sensi del Decreto Legislativo 4 marzo 2010, n. 28.
 
Il condominio è responsabile per tutti i danni connessi alla manutenzione delle parti condominiali dell’edificio dovendo evitare ogni situazione di pericolo prevedibile, scarsa illuminazione, sporgenze, buche, sostanze scivolose, ecc.; ciò non toglie che il danneggiato debba comunque provare dove e come si è fatto male o ha subito un danno a cose (ovverosia il nesso causale tra il bene in questione e il danno subito).
 
In generale, la proprietà di un bene impone l'obbligo di custodia del bene stesso, i danni a questo collegati e riferibili sono quindi imputabili al proprietario custode, che comunque può liberarsi da questa responsabilità oggettiva se prova che il danno si è verificato per una causa in nessun modo imputabile alla sua proprietà, per caso fortuito o forza maggiore, un’ulteriore elemento causale imprevisto e imprevedibile che abbia condotto al verificarsi dell’incidente.
In particolare, nel caso di infortunio occorso in area condominiale (ad esempio, a un ospite di un condomino), vigono le regole disposte per la responsabilità civile, in tale prospettiva perciò, escludendo la responsabilità contrattuale (1218 e ss. del codice civile), il dato normativo di riferimento attiene alla responsabilità extracontrattuale (artt. 2043 e ss. del codice civile in particolare, l’art. 2051).
In concreto, il danneggiato deve dimostrare di essersi fatto male nella proprietà condominiale a cui ha avuto libero accesso e che il suo infortunio non è dovuto sua negligenza, rilevando altresì anche la condotta del danneggiato stesso.

Secondo quanto disposto dal recente Decreto Legge 27 giugno 2015, n. 83 (Legge di conversione 6 agosto 2015, n. 132), l’atto di precetto (ovverosia l’intimazione al debitore con avvertimento che decorsi 10 giorni potrà essere iniziata l’esecuzione forzata nei suoi confronti) deve contenere anche l’avvertimento che il debitore può risolvere la sua situazione di indebitamento mediante la stipula di un accordo con i creditori con l’ausilio di un organismo di composizione della crisi o di un professionista nominato dal Giudice.
 
L’accordo è finalizzato alla ristrutturazione dei debiti dell’impresa mentre il debitore che non è un imprenditore può proporre ai creditori un piano di rientro.  Si tratta di due procedure diverse per comporre una crisi debitoria e cancellare tutti i debiti, accordo di composizione della crisi per gli imprenditori e piano del consumatore per i debitori che non sono imprenditori (Legge sul sovraindebitamento 27 gennaio 2012 n. 3). 
Mediante l’accordo con i creditori, il debitore imprenditore può offrire una soluzione ai propri creditori un pagamento “a saldo e stralcio” che dovrà essere approvato dai creditori che rappresentino almeno il 60% del valore totale dei crediti. L’accordo è gestito dagli appositi organismi preposti. Il piano del consumatore invece non prevede la necessità del consenso dei creditori ma solo il nulla osta di un Giudice. Il debitore deve però presentare un piano di rientro che assicuri ai creditori una soddisfazione maggiore di quella che si avrebbe attraverso la liquidazione di tutti i suoi beni vendibili, elencati in una lista e con il cui ricavato potranno essere estinti i debiti. Si segnala altresì che, oltre alle suddette procedure, è prevista la liquidazione del patrimonio del debitore, richiesta volontariamente dallo stesso o disposta dal Tribunale, cui consegue la liberazione del debitore da tutti i suoi impegni ed obbligazioni ai sensi della citata legge sul sovraindebitamento.
Orbene, se nell’atto di precetto manca l’avvertimento prescritto, pur considerato che la nullità del precetto non è disposta in modo espresso dalla nuova disposizione normativa, il precetto può comunque ritenersi inefficace e non consentirà quindi al creditore di poter validamente iniziare il processo esecutivo (finalizzato alla realizzazione concreta del diritto anche a mezzo della forza pubblica).

In generale, la procedura di negoziazione assistita consiste nella sottoscrizione di una convenzione mediante la quale le parti in lite convengono di cooperare  per risolvere in via amichevole una controversia tramite l’assistenza di avvocati, nonché nella successiva attività di negoziazione vera e propria, che può portare al raggiungimento di un accordo sottoscritto dalle parti e dagli avvocati che le assistono, che costituirà titolo esecutivo anche per l’iscrizione di ipoteca giudiziale.
La parte che sceglie di provare la nuova procedura deve, tramite il proprio legale, formulare alla controparte un invito a stipulare una convenzione di negoziazione. La mancata risposta all’invito entro trenta giorni dalla ricezione o il suo rifiuto potrà successivamente essere valutato dal giudice ai fini delle spese di giudizio e in tema di responsabilità aggravata, nonché per l’eventuale esecuzione provvisoria.
I coniugi, con l’assistenza facoltativa di un avvocato, hanno la possibilità di concludere dinanzi al sindaco del comune di residenza, ovvero presso cui è iscritto o trascritto il matrimonio, un accordo di separazione, nonché, se già separati, di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio, oppure di modifica delle condizioni di separazione o divorzio.
 
Ai sensi del decreto legge n. 132/2014 (art. 12), convertito in legge 10.11.2014, n. 162, ciascuno dei coniugi, secondo le condizioni stabilite dagli stessi, può rilasciare al sindaco, personalmente, una dichiarazione dopodiché viene compilato e sottoscritto l’accordo ma i coniugi, non prima di trenta giorni dal rilascio delle dichiarazioni, dovranno comunque comparire di fronte al sindaco per confermare l’accordo, anche ai fini degli adempimenti di annotazione negli atti e archivi dello stato civile.
Tuttavia, la suddetta procedura dinanzi al sindaco, disciplinata dalla citata legge come alternativa alle procedure giudiziali e di negoziazione assistita, è possibile soltanto qualora i coniugi non abbiano figli minori né maggiorenni economicamente non autosufficienti, incapaci o portatori di handicap grave.

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