I rapporti patrimoniali della famiglia sono disciplinati in maniera specifica e rigorosa dalla normativa vigente sebbene in materia di contratti, accordi o patti cosiddetti prematrimoniali, occorre distinguere se questi disciplinano il regime patrimoniale durante il matrimonio oppure se hanno ad oggetto la regolamentazione del regime applicabile successivamente alla eventuale separazione o divorzio. Orbene, i primi non possono derogare le norme imperative del codice civile mentre i secondi non sono riconosciuti dal nostro ordinamento giuridico che li considera per lo più in contrasto con il principio di stabilità del vincolo coniugale. Si evidenzia, peraltro, che accordi preventivi inerenti alla separazione personale sono stati a volte dichiarati validi in giurisprudenza, a differenza di quelli sul divorzio.
 
La legge italiana disciplina il matrimonio sia sotto il profilo dei diritti della persona che dei diritti patrimoniali dei coniugi e della famiglia; i diritti e i doveri dei coniugi stabiliti dalle norme imperative in questione non possono essere derogati e qualsiasi patto contrario non ha alcun valore giuridico. Tuttavia, i rapporti tra coniugi aventi diverse cittadinanze sono regolati dalla legge dello Stato nel quale la vita matrimoniale è prevalentemente localizzata anche se è possibile convenire che i rapporti patrimoniali siano regolati dalla legge dello Stato di cui almeno un coniuge è cittadino o nel quale risiede. Ai sensi della legge di riforma del diritto internazionale privato (L. 218/1995) l’accordo dei coniugi sul diritto applicabile è valido se è considerato tale dalla legge scelta o da quella del luogo in cui l’accordo è stato stipulato.

Tutela del marchio e diritto all'uso del proprio nome
 
L’azienda che utilizza un marchio uguale o simile ad altro registrato, per la stessa classe di prodotti o comunque per servizi affini e nel medesimo ambito territoriale, può essere citata in giudizio ed anche subire un’inibitoria tramite una procedura d’urgenza che vieti l’uso del marchio con l’obbligo di eliminare i mezzi con cui tale uso è posto in essere, fino al possibile sequestro dei beni contraddistinti dal marchio in questione, oltre al risarcimento dei danni.
 
Il titolare di un marchio registrato idoneo a distinguere prodotti o servizi ha infatti diritto di valersene in modo esclusivo. Peraltro, usare nomi o segni distintivi idonei a produrre confusione con i nomi o con i segni distintivi legittimamente usati da altri è atto di concorrenza sleale perseguibile ai sensi di legge. 
Il proprio marchio pertanto deve essere diverso ma soprattutto non deve confondersi con altri già in uso per prodotti dello stesso genere o affini.
La diversità del marchio va correlata ai prodotti e all’ambito territoriale, ciò che rende originale e nuovo un marchio è la sua totale capacità di distinzione, tale da escludere che sia in grado di generare confusione, anche solo in astratto, circa l’origine, la composizione, le proprietà e l’impiego del prodotto.
In generale, il rischio di confusione si concretizza quando il marchio può anche soltanto far dubitare il consumatore circa l’origine di un prodotto attribuendolo ad un’impresa piuttosto che ad un’altra. In sintesi, l’accertamento necessario attiene alla valutazione del rischio di “confusione” o “associazione” tra prodotti di imprese diverse.
 
Si evidenzia, altresì, che il marchio può essere costituito da parole, numeri, lettere, forme, combinazioni o tonalità cromatiche atte a distinguere i prodotti e servizi di un’impresa da quelli delle altre in quanto la sua funzione è appunto di contraddistinguere prodotti, servizi e imprese, rappresentando un importante strumento di comunicazione tra imprese e consumatori, circa le qualità e il valore dei prodotti e dei servizi.
Le controversie in materia di condominio, ovverosia riguardanti le parti comuni, relative all’amministratore, all’assemblea e alle delibere condominiali, al regolamento, alle spesealla riscossione dei contributi ecc., rientrano tra quelle per cui è obbligatorio, prima di intentare un’azione giudiziaria, salvo il ricorso per ingiunzione e il cautelare, esperire il procedimento di mediazione ai sensi del Decreto Legislativo 4 marzo 2010, n. 28.
 
Il condominio è responsabile per tutti i danni connessi alla manutenzione delle parti condominiali dell’edificio dovendo evitare ogni situazione di pericolo prevedibile, scarsa illuminazione, sporgenze, buche, sostanze scivolose, ecc.; ciò non toglie che il danneggiato debba comunque provare dove e come si è fatto male o ha subito un danno a cose (ovverosia il nesso causale tra il bene in questione e il danno subito).
 
In generale, la proprietà di un bene impone l'obbligo di custodia del bene stesso, i danni a questo collegati e riferibili sono quindi imputabili al proprietario custode, che comunque può liberarsi da questa responsabilità oggettiva se prova che il danno si è verificato per una causa in nessun modo imputabile alla sua proprietà, per caso fortuito o forza maggiore, un’ulteriore elemento causale imprevisto e imprevedibile che abbia condotto al verificarsi dell’incidente.
In particolare, nel caso di infortunio occorso in area condominiale (ad esempio, a un ospite di un condomino), vigono le regole disposte per la responsabilità civile, in tale prospettiva perciò, escludendo la responsabilità contrattuale (1218 e ss. del codice civile), il dato normativo di riferimento attiene alla responsabilità extracontrattuale (artt. 2043 e ss. del codice civile in particolare, l’art. 2051).
In concreto, il danneggiato deve dimostrare di essersi fatto male nella proprietà condominiale a cui ha avuto libero accesso e che il suo infortunio non è dovuto sua negligenza, rilevando altresì anche la condotta del danneggiato stesso.

Secondo quanto disposto dal recente Decreto Legge 27 giugno 2015, n. 83 (Legge di conversione 6 agosto 2015, n. 132), l’atto di precetto (ovverosia l’intimazione al debitore con avvertimento che decorsi 10 giorni potrà essere iniziata l’esecuzione forzata nei suoi confronti) deve contenere anche l’avvertimento che il debitore può risolvere la sua situazione di indebitamento mediante la stipula di un accordo con i creditori con l’ausilio di un organismo di composizione della crisi o di un professionista nominato dal Giudice.
 
L’accordo è finalizzato alla ristrutturazione dei debiti dell’impresa mentre il debitore che non è un imprenditore può proporre ai creditori un piano di rientro.  Si tratta di due procedure diverse per comporre una crisi debitoria e cancellare tutti i debiti, accordo di composizione della crisi per gli imprenditori e piano del consumatore per i debitori che non sono imprenditori (Legge sul sovraindebitamento 27 gennaio 2012 n. 3). 
Mediante l’accordo con i creditori, il debitore imprenditore può offrire una soluzione ai propri creditori un pagamento “a saldo e stralcio” che dovrà essere approvato dai creditori che rappresentino almeno il 60% del valore totale dei crediti. L’accordo è gestito dagli appositi organismi preposti. Il piano del consumatore invece non prevede la necessità del consenso dei creditori ma solo il nulla osta di un Giudice. Il debitore deve però presentare un piano di rientro che assicuri ai creditori una soddisfazione maggiore di quella che si avrebbe attraverso la liquidazione di tutti i suoi beni vendibili, elencati in una lista e con il cui ricavato potranno essere estinti i debiti. Si segnala altresì che, oltre alle suddette procedure, è prevista la liquidazione del patrimonio del debitore, richiesta volontariamente dallo stesso o disposta dal Tribunale, cui consegue la liberazione del debitore da tutti i suoi impegni ed obbligazioni ai sensi della citata legge sul sovraindebitamento.
Orbene, se nell’atto di precetto manca l’avvertimento prescritto, pur considerato che la nullità del precetto non è disposta in modo espresso dalla nuova disposizione normativa, il precetto può comunque ritenersi inefficace e non consentirà quindi al creditore di poter validamente iniziare il processo esecutivo (finalizzato alla realizzazione concreta del diritto anche a mezzo della forza pubblica).

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