Il c.d. testamento genitoriale
 
La legge stabilisce che, se un minore resta senza genitori, il Giudice tutelare provvede a nominare un tutore, scelto tra le persone, preferibilmente più vicine al minore ma non necessariamente parenti, di ineccepibile condotta e oggettivamente in grado di mantenere, istruire, educare e assistere moralmente i minori.
 
La designazione del tutore per i figli minori in caso di morte dei genitori può essere fatta per testamento, per atto pubblico o per scrittura privata autenticata. Il testamento, quindi, può essere anche olografo (interamente redatto, datato e sottoscritto dal testatore); negli altri casi occorre sin da subito un atto notarile, nel caso dell’olografo invece soltanto successivamente per la pubblicazione del testamento.
 
Sebbene la designazione sia consentita ai genitori, la nomina spetta comunque al Giudice tutelare, il quale deve tenere conto della designazione ma soprattutto verificare l’idoneità della persona da nominare. Ai sensi di legge, il giudice può nominare tutore la persona designata dal genitore che abbia esercitato per ultimo la responsabilità genitoriale, sarebbe pertanto opportuna una designazione concordata del tutore da parte dei genitori.
 
Il testamento, invero, può contenere anche disposizioni di carattere non patrimoniale, come la designazione del tutore per i figli minorenni. Si evidenzia altresì che il testamento è l’atto con cui il testatore dispone dei propri diritti per il tempo in cui avrà cessato di vivere e, nonostante la funzione tipica del negozio testamentario sia quella di provvedere alla distribuzione del patrimonio ereditario, ai sensi di legge “le disposizioni di carattere non patrimoniale, che la legge consente siano contenute in un testamento, hanno efficacia, se contenute in un atto che ha la forma del testamento, anche se manchino disposizioni di carattere patrimoniale”.
 
Articolo redatto dall'Avv. Andrea Cruciani - Partner Lesson1 Project
 
Comunicato stampa Unioncamere dell'11 novembre 2016
 
Banche, diritti reali, locazione, condominio i settori primari per “conciliare” in Camera di commercio
Contratti bancari, diritti reali, locazione, condominio. In un caso su due, gli italiani “litigano” per qualcosa che ha a che fare con questi ambiti. Tra giugno 2015 e giugno 2016, il 50,9% delle mediazioni civili e commerciali depositate ai 102 Sportelli delle Camere di commercio si concentra infatti su questi settori. E le 22mila domande di mediazione depositate in un anno hanno fatto salire il bilancio dei procedimenti presentati da marzo 2011, quando è stata introdotta l’obbligatorietà del tentativo di conciliazione, a più di 95mila.
Questi alcuni dati emersi nel corso della XIII Settimana della conciliazione, il tradizionale appuntamento promosso da Unioncamere e realizzato dalle Camere di commercio per diffondere le informazioni sulle novità ed i vantaggi della mediazione con iniziative specifiche realizzate in molti territori.
Piemonte, Venezia-Rovigo, Milano e Vicenza le strutture camerali alle quali più frequentemente cittadini e imprese si sono rivolti nell’anno considerato per questa forma di giustizia alternativa amministrata anche dal sistema camerale. Nei 5 anni e mezzo di obbligatorietà, il ricorso alla mediazione ha raggiunto la quota massima nelle regioni nel Nord-Est, dove sono state depositate il 32% delle domande agli sportelli camerali. A seguire il Nord-Ovest, con il 24%, il Mezzogiorno (23%) quindi il Centro (21%).
Alto il “tasso di produttività” delle Camere: da aprile 2011 a giugno 2016 gli Sportelli di conciliazione hanno smaltito il 92% dei procedimenti definiti.
Ancora non molto elevato il tasso di adesione al procedimento. Nel periodo giugno 2015-giugno 2016, al primo incontro si registra la mancata comparizione dell’aderente nel 55% del casi, mentre, quando l’aderente partecipa all’incontro, l’accordo giunge ad esito positivo nel 40% dei casi. Ed è un vero peccato, considerando il vantaggio in termini di tempi (in 48 giorni lavorativi si sono potute risolvere controversie del valore medio di 135mila euro) e di costi assicurato dalla mediazione in rapporto alla giustizia ordinaria. Se, infatti, stando ai dati della Banca Mondiale, il costo di una causa dinanzi al Tribunale rapportato all’importo della stessa è stimato per l’Italia al 29,9%, nel caso della mediazione esso si aggira intorno al 3,9%, con la conseguenza che il risparmio medio per singola causa risulta pari a 26 punti percentuali.
Il criterio di ripartizione tra quali partecipazioni societarie rientrino o meno nel regime di comunione legale può riguardare la mera intestazione, tuttavia, se ciò non pone dubbi in caso di cointestazione circa la certa applicazione del regime in questione, non può dirsi altrettanto quando la partecipazione societaria sia intestata ad un solo coniuge.

Infatti, un’ulteriore distinzione necessaria attiene al tipo di società cui si riferisce la partecipazione; senonché mentre per le società di capitali si può anche ritenere che la partecipazione rientri comunque nel regime della comunione immediatamente, sia essa cointestata o meno, diversamente per le società di persone sarebbe più corretto parlare di comunione cosiddetta de residuo, perché ad eccezione del socio accomodante di società in accomandita semplice, tutti i soci di società di persone svolgono attività di impresa (peraltro a rischio di fallimento anche personale anche se l’impresa collettiva è perlopiù imputabile soltanto alla società come soggetto giuridico distinto dai soci) e quindi le partecipazioni societarie possono essere considerate beni destinati all’esercizio dell’impresa che, ai sensi del codice civile, entrano in comunione in un momento successivo all’acquisto e precisamente quando si verifica lo scioglimento della comunione.

Con il documento "Principi di redazione dei modelli di organizzazione, gestione e controllo ex D.Lgs. 231/2001" prosegue l’iniziativa editoriale che vede la proficua collaborazione tra il Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili (CNDCEC) e la Fondazione Nazionale dei Commercialisti (FNC). Si tratta di un progetto finalizzato, tra l’altro, a porre l’attenzione su tematiche spesso sottovalutate dagli operatori del settore come, ad esempio, la pianificazione d’impresa, la redazione dei business plan, il controllo di gestione, ecc. Il tutto a voler rimarcare la necessità di considerare la professione in tutte le sue accezioni, sia di tipo “tradizionale” che “innovativo”. La responsabilità degli enti prevista dal D.Lgs. 231/2001 si colloca senz’altro nel solco delle tematiche sopra accennate. 

Clicca qui per scaricare il documento “Principi di redazione dei modelli di organizzazione, gestione e controllo ex d.lgs. 231/2001″, redatto dal Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili, in collaborazione con la Fondazione Nazionale dei Commercialisti.

Per azienda coniugale si intende l’impresa gestita da entrambi i coniugi, costituita dopo il matrimonio, i cui beni rientrano nel regime di comunione legale. Entrambi i coniugi sono quindi imprenditori ma la disciplina che regola il rapporto d’impresa non è quella societaria bensì quella prevista per l’amministrazione e la rappresentanza della comunione legale. Amministrazione disgiunta per gli atti di ordinaria amministrazione, congiunta per la straordinaria amministrazione, con intervento dell’Autorità giudiziale in caso di dissenso e annullabilità entro un anno dell'atto compiuto da un solo coniuge.

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