Secondo il Centro Studi di Confindustria lo spread reale tra l'Italia e la Germania sarebbe di 164 punti e non di 500: è questa la vera distanza tra i due paesi. E le conseguenze degli oltre 300 punti di troppo, secondo Confindustria, sono 144.000 posti di lavoro in meno e un punto di PIL.

Nota del Centro Studi Confindustria n. 5 del 19 luglio 2012 (download .pdf)

Oggetto: «Spread: l’Italia paga oltre 300 punti più del dovuto. Unico rimedio: uno scudo impugnato dalla BCE»

Abstract
«L’incertezza sul futuro dell’euro e la sfiducia nella capacità dei governi dell’Eurozona di gestire la crisi spingono gli spread molto oltre i livelli giustificati dai fondamentali economici. Il CSC stima per l’Italia oltre 300 punti base di differenziale aggiuntivo tra i rendimenti del BTP e del Bund decennali: a tanto ammonta l’eccesso di spread rispetto ai 164 punti attualmente riconducibili ai divari tra Italia e Germania nel debito pubblico e nella crescita economica. Tale eccesso si ripercuote sul costo del denaro pagato da famiglie, imprese e banche, accentua considerevolmente il credit crunch e, provocando la nuova e violenta recessione in atto, infligge gravosi e controproducenti costi economici, sociali e politici. Il maggiore spread causa, secondo i calcoli del CSC, perdite pari allo 0,9% del PIL e a 144mila posti di lavoro e maggiori oneri per interessi pari a 12,4 miliardi a carico del bilancio pubblico, 12,1 miliardi sui conti delle famiglie e 23,7 su quelli delle imprese. Le perdite di prodotto e occupazione abbattono il potenziale di crescita futura, vanificando parte degli sforzi effettuati con le politiche di risanamento e di riforma strutturale e minando il consenso a favore di quelle stesse politiche di riforme e risanamento, che nell’immediato impongono inevitabili sacrifici al Paese. I sacrifici, invece di essere premiati con l’abbassamento dei tassi di interesse, sono accentuati punitivamente proprio dall’andamento stesso dello spread, lasciato in balia degli effetti-contagio tra paesi in difficoltà e delle indecisioni e degli errori imputabili alle autorità europee. Tutto ciò fa montare il risentimento anti-europeo e lo spread perde così anche quella funzione di disciplina politica che inizialmente aveva ben agito. Lo scudo anti-spread è l’unico rimedio efficace. Ma va profondamente ridisegnato rispetto alla versione attuale, assegnandogli molte più risorse (idealmente dovrebbero essere illimitate) e attribuendone la gestione discrezionale e unilaterale alla BCE, che vigila sul rispetto dei programmi di stabilità concordati con la Commissione europea. Così possono essere premiati i comportamenti virtuosi e sanzionati, attraverso la caduta della protezione dello scudo eventualmente decisa dalla BCE, quelli opportunistici e devianti. La BCE deve rendere conto delle sue decisioni al Parlamento europeo e in questo modo evita di assumersi improprie responsabilità politiche, facendo cadere l’accusa di vuoto di democrazia. Lo scudo ridisegnato costituirebbe il primo concreto e deciso passo verso il perfezionamento dell’Unione politica europea già contenuta in essenza nella moneta unica»

"Voi conoscerete la verità, e la verità farà di voi degli uomini liberi" - Giovanni 8:32
Il CSC - Centro Studi Confindustria ha pubblicato il documento «Scenari economici n. 14 - La lunga crisi: ultima chiamata per l'Europa - Liberare l'Italia dal piombo burocratico» (download .pdf) del giugno 2012.

Il documento è suddiviso in 2 capitoli e 7 riquadri:
  • Premessa
  • 1.Le previsioni
  • 1.1.L’economia italiana
  • 1.2.Le esogene della previsione
  • 2.Liberare l’Italia dal piombo burocratico per tornare a crescere
  • 2.1.Una pubblica amministrazione al servizio dell’economia e non autoreferenziale? Diagnosi ed effetti economici
  • 2.2.Per una pubblica amministrazione al servizio dell’economia e non autoreferenziale: le proposte
  • Riquadri
  • Banche: fragili nei PIIGS, con leva troppo alta nei paesi core
  • Politiche espansive per uscire dalla crisi
  • Incentivi pubblici: spesi quasi 35 miliardi, alle imprese industriali ne arrivano meno di tre
  • Crescita cinese più lenta, costretta da nodi irrisolti
  • La bolla immobiliare ha iniziato a sgonfiarsi anche nei Paesi Bassi. Quando in Francia?
  • Germania über alles... se l’Europa non affonda
  • Uscita dall’euro = svalutazione = rilancio di export e PIL? False equazioni
Nota del Centro Studi Confindustria n. 3 del 26 giugno 2012 (download .pdf)

Oggetto: «Politiche espansive per uscire dalla crisi»

Abstract
«Le condizioni economiche dell’Area euro si stanno rivelando molto peggiori di quel che era stato previsto pochi mesi fa. Le misure finora adottate dalla BCE e dai governi, alla luce dell’andamento delle variabili reali e della reazione dei mercati finanziari (con una stretta interrelazione in entrambe le direzioni tra le prime e i secondi), si sono dimostrate del tutto inadeguate.
In particolare, le politiche di bilancio improntate al solo rigore, invece di stabilizzare il ciclo, stanno facendo avvitare su se stessa l’intera economia europea. Ormai non c’è più nessun economista che creda agli effetti espansivi non-keynesiani dei tagli ai bilanci pubblici attuati simultaneamente in più paesi fortemente integrati tra loro, come sono quelli dell’UE e in particolare dell’Eurozona.
L’esperimento in atto nell’Area euro di restrizione dei bilanci pubblici in presenza di un’ampia capacità produttiva inutilizzata dimostra, al rovescio, la validità delle prescrizioni contenute in ogni manuale di politica economica. Quando c’è ampia capacità produttiva inutilizzata, pari in media al 2,6% del PIL nell’Eurozona (e addirittura 2,9% in Italia, 3,7% nei Paesi Bassi, 4,4% in Spagna, 4,6% in Portogallo e 10,7% in Grecia), le politiche restrittive abbassano il PIL effettivo e distruggono base produttiva, quindi il PIL potenziale, minando la sostenibilità dei conti pubblici nel lungo periodo».
Nota del Centro Studi Confindustria n. 2 del 23 giugno 2012 (download .pdf)

Oggetto: «La Cina vince in due mosse nel risiko delle materie prime per l’industria Nota CSC»

Abstract

«La Cina, prima potenza industriale (con il 21,7% di quota sulla produzione mondiale), da anni si muove sullo scacchiere globale con le sue imprese per garantirsi l’approvvigionamento di materie prime, attraverso investimenti diretti all’estero (IDE) e contratti.
Il costo elevato e soprattutto la scarsa disponibilità di commodity si sono manifestati nitidamente nel 2010. Nonostante si siano già presentati nel corso della storia economica e benché nei paesi avanzati sia affermata la tendenza alla smaterializzazione delle produzioni, costituiscono una minaccia al regolare svolgimento dell’attività manifatturiera, e non solo, giacché l’energia è impiegata in ogni attività produttiva e le derrate alimentari non sono meno cruciali.
Gli IDE realizzati dalle imprese cinesi, per lo più a controllo statale, sono in costante crescita (dai 10,2 miliardi di dollari nel 2005 ai 72,7 nel 2011; 309 cumulati in sette anni) e sono per la quasi totalità indirizzati all’estrazione, alla lavorazione e all’invio in Cina di energia, metalli e altri input primari di origine agricola e non.
Obbediscono a una precisa strategia che ha l’obiettivo di garantire l’approvvigionamento di quantità crescenti di commodity, essenziali per la prosecuzione del tumultuoso sviluppo economico della Cina. Una strategia che non è esente da rischi geo-politici».
Nota del Centro Studi Confindustria n. 1 del 16 giugno 2012 (download .pdf)

Oggetto: «Incentivi pubblici: spesi quasi 35 miliardi, ma alle imprese industriali ne arrivano meno di tre»

Abstract
«Stabilire il reale ammontare degli incentivi alle imprese è un vero e proprio rebus. Esistono, infatti, ben cinque fonti ufficiali che forniscono numeri tra loro molto diversi, perché rispondono a finalità differenti. Ciò genera grande confusione e si presta a un uso inappropriato e talvolta strumentale dei dati, come se si riferissero allo stesso aggregato, agli stessi soggetti e fossero calcolati nello stesso modo. Dal conto economico della pubblica amministrazione risultano contributi totali alle imprese per 34,6 miliardi nel 2010. Ma anzitutto il termine impresa è in realtà un’etichetta residuale, che include anche soggetti che nulla hanno a che fare con un’attività imprenditoriale con
fini di lucro (CONSOB, ENAV, scuole e università private, municipalizzate). Cosicché, la quasi totalità di questi denari del contribuente finisce a coprire parte dei costi di produzione di servizi di pubblica utilità.
In realtà, alle autentiche imprese, arrivano incentivi per 4,5 miliardi. La stima è della Commissione europea, che prende in considerazione le somme erogate legge per legge e finanziate con risorse nazionali e secondo la quale le aziende industriali beneficiano di 3,0 miliardi. Ma se si considerano solo l’industria in senso stretto e i servizi alla produzione, MET indica 2,7 miliardi pagati, compresi i fondi comunitari.
Per quantificare l’ammontare reale degli incentivi alle imprese italiane occorre districarsi in un dedalo di fonti e statistiche, che di volta in volta indicano numeri molto diversi tra loro.
Cosicché nel dibattito pubblico regna la confusione massima».

La Banca d'Italia ha pubblicato, nell'ambito della serie «Questioni di Economia e Finanza» (Occasional papers), il volume numero 123 di Aprile 2012, avente ad oggetto «Europa 2020 e riforme nazionali: governance economica e riforme strutturali» (download .pdf).

Abstract

«Le riforme strutturali sono sollecitate da Europa 2020 come mezzo per innalzare la crescita economica e l’inclusione sociale. Le tensioni tra le specificità nazionali e le pressioni provenienti dai partners e dall’Unione caratterizzano l’intera governance economica europea. Il lavoro ne discute a partire da una sintetica ricostruzione storica dell’Open Method of Coordination. Si evidenzia come il successo delle riforme strutturali possa dipendere da una serie di elementi quali la numerosità, ma anche l’identificabilità e la facilità con cui i beneficiari delle stesse possono organizzarsi, così come dalla presenza di meccanismi istituzionali che consentano di “compensare” chi ne venga danneggiato e/o di distribuirne su base più universale i benefici, oltre che da meccanismi istituzionali che possano contrastare la “veduta corta” delle scelte politiche e sollecitare l’ascolto di interessi altrimenti silenti. Il principale contributo dell’intervento comunitario è identificato nel capacity building delle istituzioni nazionali, comprensivo di vincoli istituzionali anche pregnanti, finalizzato ad accrescere l’accountability dei governi e a migliorare gli strumenti di valutazione dei risultati delle politiche».


Il documento è strutturato sulla base del seguente indice:

Indice
Introduzione
1.La political economy delle riforme strutturali
2.Un ruolo per il livello comunitario?
3.Gli anni novanta: le origini del coordinamento nelle politiche economiche
4.La Strategia di Lisbona e l’Open method of coordination
5.Dalla Strategia di Lisbona ad Europa 2020
6.Lisbona e le riforme in Italia
7.Qualche lezione dalle esperienze dell’ultimo decennio
8.Riflessioni sulla governance futura dei processi OMC
9.I legami con la macroeconomia e la governance macroeconomica
10.Il futuro delle riforme strutturali in Italia
Riferimenti bibliografici
Figure e Tavole

La Banca d'Italia ha pubblicato, nell'ambito della serie «Questioni di Economia e Finanza» (Occasional papers), il volume numero 123 di Aprile 2012, avente ad oggetto «Concorrenza e regolamentazione in Italia» (download .pdf).

Abstract

«L’insufficiente grado di concorrenza costituisce un rilevante ostacolo alla crescita in Italia. Tra i principali responsabili dell’insoddisfacente situazione vi sono il contesto istituzionale e la regolamentazione di alcuni comparti soggetti a fallimenti del mercato. Nel primo ambito, la scarsa attenzione per l’efficienza economica si è tradotta in un quadro normativo instabile e poco coerente, in una disciplina dell’attività d’impresa sproporzionata rispetto agli obiettivi, e in un sistema di tutela dei contratti inefficace. I tentativi di riforma avevano in passato mostrato scarsi risultati. Nel secondo ambito, la regolamentazione era soddisfacente solo in alcuni comparti. Le eccessive riserve
di attività e la regolamentazione restrittiva rappresentavano un ostacolo alla concorrenza nei servizi professionali. La consapevolezza della rilevanza delle politiche per la concorrenza per favorire la crescita ha dato nuovo impulso sin dal 2011 alla realizzazione di un vasto programma di liberalizzazione e di riforma dell’ambiente istituzionale in cui operano le imprese».


Il documento è strutturato sulla base del seguente indice:

Introduzione
1.La concorrenza
1.1.Il quadro teorico: i benefici della concorrenza
1.2.L’evidenza empirica: concorrenza, regolazione e performance del sistema economico
2.La concorrenza in Italia
2.1.Indicatori di intensità della concorrenza in Italia
2.2.La rilevanza dei comparti a minore intensità di concorrenza
3.Il contesto istituzionale
3.1.L’inflazione e la complicazione normativa
3.2.Gli oneri amministrativi e burocratici per le imprese
3.3.L’uscita delle imprese dal mercato
3.4.Le difficoltà di enforcement dei contratti
4.La regolamentazione dei servizi
4.1.La proprietà pubblica delle imprese
4.2.I servizi professionali
4.3.I settori a rete
5.La tutela “diretta” della concorrenza
6.Quali priorità e indicazioni per le riforme
Riferimenti bibliografici
Figure e tavole

La Banca d'Italia ha pubblicato, nell'ambito della serie «Questioni di Economia e Finanza» (Occasional papers), il volume numero 121 di Aprile 2012, avente ad oggetto «Il gap innovativo del sistema produttivo italiano: radici e possibili rimedi» (download .pdf).

Abstract

«Il ritardo dell’Italia nell’attività innovativa rispetto ai principali paesi industriali risente della frammentazione del sistema produttivo in molte piccole imprese che hanno difficoltà a sostenere i costi elevati insiti nella ricerca e sviluppo e ad assumersene i rischi. Vi si sommano carenze di capitale umano nelle funzioni manageriali e di ricerca e un’eccessiva flessibilità dei rapporti di lavoro che riduce l’incentivo a investire in attività di formazione.
La carenza di risorse finanziarie costituisce un ulteriore ostacolo; il capitale azionario, più adatto rispetto a quello di debito a finanziare l’innovazione, è meno diffuso che in altri paesi.
Le risorse pubbliche spese in Italia per incentivi alle imprese hanno conseguito risultati modesti. Per accrescere la capacità innovativa sono opportune azioni per favorire la crescita dimensionale delle imprese, l’adozione di forme di gestione più manageriali, l’aumento del grado di capitalizzazione. È importante sostenere lo sviluppo di intermediari di venture capital, ancora relativamente poco diffusi in Italia. Il disegno e la gestione degli incentivi pubblici all’innovazione necessitano di miglioramenti».


Il documento è strutturato sulla base del seguente indice:

1.Introduzione
2.Il ritardo dell’Italia nell’attività innovativa
3.Determinanti e ostacoli all’innovazione in Italia
3.1.La specializzazione settoriale
3.2.Le caratteristiche di impresa: dimensione di impresa, governance, management e qualità della forza lavoro
3.3.Il mercato del lavoro
3.4.Il sistema finanziario
3.5.La percezione degli imprenditori
4.Le politiche pubbliche di sostegno all’innovazione
5.Qualche indicazione di politica economica
Tavole e figure
Appendice A.Innovazione, produttività, internazionalizzazione e occupazione
Appendice B.La definizione dell’innovazione
Appendice C.Il progetto EFIGE
Bibliografia

feed-image Feed Entries