Lo staff di tusciafisco.it segnala la pubblicazione del Comunicato Stampa Unioncamere del 30 maggio 2012 (download .pdf), avente ad oggetto «Indagine Mediobanca Unioncamere sulle Medie imprese industriali del Nord-Ovest, edizione 2102»

Sintesi dell’edizione 2012


«Copertura:l’indagine copre l’universo delle medie imprese manifatturiere del Nord Ovest definite nella classe 50-499 dipendenti e 15-330 mln€ di fatturato; con l’ultimo censimento, sono state individuate 1310 società dell’area Nord occidentale che assicurano il 13% della produzione manifatturiera locale a valore, percentuale che sale al 21% considerando l’indotto (stime su dati Istat riferiti al 2009); la maggiore concentrazione di medie imprese si raggiunge in Lombardia che ne ospita il 77% e in Piemonte e Valle d’Aosta che concentra il 20% delle medie imprese (67 aziende a Lecco) .
Tendenze dell’universo: nel periodo 2000-2009 il bilancio aggregato delle 1310 società si è sempre saldato in utile; il risultato del 2009 è il più basso sia in termini assoluti (586 milioni di euro) che relativi (1,1% del fatturato), 1,2 punti in meno rispetto al massimo toccato nel 2007. Si è registrata una diminuzione del 52% rispetto al 2000.
Le esportazioni calcolate su due insiemi chiusi nel periodo 2000-2009 con l’aggiunta della stima relativa all’anno 2010 (base Dati cumulativi), hanno registrato un incremento pari al 56,5% (4,6 m.a.); occorre segnalare che nel biennio 2008-2009 la variazione è stata negativa pari al -19,6%, mentre nel 2010 c’è stato un parziale recupero (+9,9%).
La struttura finanziaria resta molto solida con il patrimonio netto che supera gli impieghi in attivi immobilizzati e contribuisce all’avanzo delle partite correnti. Il 56,7% delle medie imprese del Nord Ovest merita un punteggio a livello di “investment grade” (62,1% per le medie imprese di Lecco). Il ricorso alla Borsa e al private equity resta trascurabile (9 aziende sulle 16 medie aziende italiane presenti nel listino di Piazza Affari).
Dinamiche recenti:Nel 2009, 278 medie imprese sono tornate piccole (non superando i parametri di fatturato e dipendenti), mentre dal lato delle imprese maggiori, a fronte di 10 imprese che hanno varcato la soglia della grande dimensione, 17 hanno percorso la strada inversa ritornando medie. Nel decennio considerato, 237 imprese sono divenute grandi ma ciò ha comportato per le stesse aziende un aumento dei casi di default. Il tasso di fallimento lievita, infatti, per quelle medie imprese che hanno oltrepassato la media dimensione (0,6% contro lo 0,3%).
Lo sviluppo del valore aggiunto nel Nord Ovest è stato inferiore a quello di tutte le medie imprese italiane ragguagliandosi a un +16,1% (+20% il dato nazionale) contro il -1,8% delle grandi imprese (la percentuale pari al 7,5% per le imprese medio-grandi, seconda area del cosiddetto “quarto capitalismo”). Le medie imprese di Lecco hanno realizzato un esiguo incremento pari al 5%.
Per il 2010 si attendono fatturati in crescita (attorno all’8-10%) .
Redditività:il rendimento del capitale (roi) investito nelle medie imprese del Nord Ovest nel 2009 è stato pari al 6,7% contro il 4,5% dei gruppi maggiori italiani. La componente finanziaria consente alle grandi di recuperare lo svantaggio prodotto da minori margini (-9,4% contro il 19,7% delle medie imprese dell’area Nord occidentale) ma non ne risolve l’eccesso di capitale (indice di turnover inferiore di circa 15 punti); la competitività resta dunque sostenuta dalla capacità di mantenere le posizioni sui mercati; per contro, a livello nazionale, la tassazione continua ad essere punitiva, con un’aliquota media nel 2009 valutabile pari al 38% per le medie imprese italiane contro il 31% delle grandi imprese italiane e il 22% delle maggiori multinazionali europee. L’esclusione del costo del lavoro dall’imponibile Irap si stima produca una riduzione del tax rate di circa 5 punti (dal 38% al 33%).
Per il 2012, il 29,7% delle imprese prevede un aumento della redditività rispetto al 2011 (dati indagine Unioncamere)
Distretti:poco meno dei due terzi delle medie imprese del Nord Ovest hanno sede in aree aventi natura distrettuale; il principale aspetto discriminante delle medie imprese distrettuali continua ad essere la maggiore propensione all’export: essa è pari al 48,5% del fatturato nei distretti veri e propri e al 30,7% negli altri SPL, contro il 34,9% delle imprese localizzate in altre aree. Nella provincia di Lecco sono presenti il distretto Lecchese Metalli (prodotti in metallo) e gli SPL Lecchese Tessile (tessile e abbigliamento) ed Est Milanese (apparecchiature elettriche, elettroniche e medicali). Le aree distrettuali nordoccidentali appaiono meno solide di quelle italiane in generale (quota investment grade pari al 57,5% contro il 59,6%) .
Dinamica congiunturale recente: l’indagine su un campione rappresentativo di medie imprese industriali del Nord Ovest mostra che per il 2012 il 38,5% di tali aziende prevede un aumento del fatturato (contro il 54,6% a consuntivo nel 2011) ed il 34,9% un incremento della produzione (è stato invece il 40,9% a registrarlo per lo scorso anno). La propensione all’export delle medie imprese è rimasta molto elevata, tanto che la quota di aziende esportatrici rimane superiore al 90%, con un’incidenza delle vendite all’estero pari al 48% del totale. Per l’anno in corso si conferma l’apporto determinante che le vendite all’estero potranno fornire ai risultati aziendali (gli ordinativi esteri saranno in crescita per il 37,8% delle imprese), mentre l’andamento del mercato interno sarà più debole (solo il 14,4% si attende un rialzo rispetto al 2011, contro il 35,3% di quelle che ne prevedono una flessione). Nel 2011 gli investimenti delle medie imprese del Nord Ovest si sono concentrati nei macchinari (77,2%), nei software e servizi informatici (70,5%) e nelle apparecchiature informatiche (69,6%); su tali asset le imprese continueranno a puntare prioritariamente anche durante il 2012.
La domanda di credito resta sostenuta nel futuro immediato. Il 47,3% delle medie imprese intende richiedere finanziamenti bancari nel primo semestre di quest’anno, non solo in risposta all’esigenza di gestire le attività ordinarie (nel 37,8% dei casi) ma anche per realizzare nuovi investimenti (40,7%) o implementare quelli già avviati (9,9%). E’, tuttavia, in crescita la percezione di difficoltà nell’accesso al credito, segnalata dal 67% di quanti intendono farvi ricorso, mentre tra quelle imprese che si sono rivolte alle banche nell’ultimo semestre del 2011 criticità erano state rilevate nel 43% dei casi.
Sul fronte occupazionale, un nucleo rilevante di medie imprese (più di un quinto) segnala un ampliamento della forza lavoro tra la fine del 2010 e la fine del 2012; ancora superiore sarà poi quest’anno l’allargamento della base occupazionale all’estero da parte di quelle medie imprese che hanno stabilimenti produttivi al di fuori dei confini nazionali (l’aumento avverrà in 45 casi su 100). Una lieve flessione sembra prospettarsi per il ricorso ad ammortizzatori sociali (nel 2012 verranno usati dal 29% delle imprese, contro il 33% nel 2011). Il 13% circa delle aziende adotterà comunque strumenti alternativi per salvaguardare l’occupazione: contratti di solidarietà, modifiche all’orario di lavoro e riqualificazione del personale».

Lo staff di tusciafisco.it segnala la pubblicazione del Comunicato Stampa Unioncamere del 22 maggio 2012 (download .pdf), avente ad oggetto «Indagine Mediobanca Unioncamere sulle Medie imprese industriali del Nord-Est, edizione 2102»

Sintesi dell’edizione 2012


«Copertura: l’indagine copre l’universo delle medie imprese manifatturiere del Nord Est definite nella classe 50-499 dipendenti e 15-330 mln€ di fatturato; con l’ultimo censimento, sono state individuate 1207 società dell’area Nord orientale che assicurano il 15% della produzione manifatturiera locale a valore, percentuale che sale al 26% considerando l’indotto (stime su dati Istat riferiti al 2009); la maggiore concentrazione di medie imprese si raggiunge in Veneto che ne ospita il 48% e in Emilia-Romagna che concentra il 38% delle medie imprese (48 aziende a Parma).
Tendenze dell’universo: nel periodo 2000-2009 il bilancio aggregato delle 1207 società si è sempre saldato in utile; il risultato del 2009 è il più basso sia in termini assoluti (467 milioni di euro) che relativi (0,9% del fatturato), 1,2 punti in meno rispetto al massimo toccato nel 2007. Si è registrata una diminuzione del 54% rispetto al 2000.
Le esportazioni calcolate su due insiemi chiusi nel periodo 2000-2009 con l’aggiunta della stima relativa all’anno 2010 (base Dati cumulativi), hanno registrato un incremento pari al 47,4% (4,0 m.a.); occorre segnalare che nel biennio 2008-2009 la variazione è stata negativa pari al -18,8%, mentre nel 2010 c’è stato un parziale recupero (+9,9%).
La struttura finanziaria resta molto solida con il patrimonio netto che supera gli impieghi in attivi immobilizzati e contribuisce all’avanzo delle partite correnti. Il 64,8% delle medie imprese del Nord Est merita un punteggio a livello di “investment grade” (64,6% per le medie imprese di Parma). Il ricorso alla Borsa e al private equity resta trascurabile (4 aziende sulle 16 medie aziende italiane presenti nel listino di Piazza Affari).
Dinamiche recenti: Nel 2009, 217 medie imprese sono tornate piccole (non superando i parametri di fatturato e dipendenti), mentre dal lato delle imprese maggiori, a fronte di 16 imprese che hanno varcato la soglia della grande dimensione, 15 hanno percorso la strada inversa ritornando medie. Nel decennio considerato, 269 imprese sono divenute grandi ma ciò ha comportato per le stesse aziende un aumento dei casi di default. Il tasso di fallimento lievita, infatti, in maniera significativa per quelle medie imprese che hanno oltrepassato la media dimensione (1% contro lo 0,3%).
Lo sviluppo del valore aggiunto nel Nord Est è stato di poco più alto di quello di tutte le medie imprese italiane ragguagliandosi a un +22,1% (+20% il dato nazionale) contro il -1,8% delle grandi imprese (la percentuale è pari al 7,5% per le imprese medio-grandi, seconda area del cosiddetto “quarto capitalismo”). Le medie imprese di Parma hanno realizzato un incremento pari al 54%.
Per il 2010 si attendono fatturati in crescita (attorno all’8-10%) e risultati ancora in calo.
Redditività: il rendimento del capitale (roi) investito nelle medie imprese del Nord Est nel 2009 è stato pari al 5,8% contro il 4,5% dei gruppi maggiori italiani. La componente finanziaria consente alle grandi di recuperare lo svantaggio prodotto da minori margini (-9,4% contro il 17,7% delle medie imprese dell’area Nord orientale) ma non ne risolve l’eccesso di capitale (indice di turnover inferiore di circa 14 punti); la competitività resta dunque sostenuta dalla capacità di mantenere le posizioni sui mercati; per contro, a livello nazionale, la tassazione continua ad essere punitiva, con un’aliquota media nel 2009 valutabile pari al 38% per le medie imprese italiane (37% Nord Est) contro il 31% delle grandi imprese italiane e il 22% delle maggiori multinazionali europee. L’esclusione del costo del lavoro dall’imponibile Irap si stima produca una riduzione del tax rate di circa 6 punti (dal 37% al 31%).
Per il 2012, il 29,8% delle imprese prevede un aumento della redditività rispetto al 2011 (dati indagine Unioncamere).
Distretti: i tre quarti delle medie imprese del Nord Est hanno sede in aree aventi natura distrettuale; il principale aspetto discriminante delle medie imprese distrettuali continua ad essere la maggiore propensione all’export: essa è pari al 46,6% del fatturato nei distretti veri e propri e al 36,4% negli altri SPL, contro il 31,8% delle imprese localizzate in altre aree. Nella provincia di Parma è presente il distretto di Langhirano (agroalimentare). Le aree distrettuali dell’area Nord orientale appaiono più solide di quelle italiane in generale (quota investment grade pari al 64,5% contro il 59,6%).
Dinamica congiunturale recente: l’indagine su un campione rappresentativo di medie imprese industriali del Nord Est mostra che per il 2012 il 36,6% di tali aziende prevede un aumento del fatturato (contro il 48,2% a consuntivo nel 2011) ed il 30,1% un incremento della produzione (è stato invece il 39% a registrarlo per lo scorso anno). La propensione all’export delle medie imprese del Nord Est è rimasta molto elevata, tanto che la quota di aziende esportatrici è solo di poco inferiore al 90%, con un’incidenza delle vendite all’estero pari al 44,6% del totale. Per l’anno in corso si conferma l’apporto determinante che le esportazioni potranno fornire ai risultati aziendali (gli ordinativi esteri saranno in crescita per il 41,6% delle imprese), mentre l’andamento del mercato interno sarà più debole (solo il 15,2% si attende un rialzo rispetto al 2011, contro il 35,3% di quelle che ne prevedono una flessione). Nel 2011 gli investimenti delle medie imprese del Nord Est si sono concentrati nelle apparecchiature informatiche (72%), nei macchinari (69,9%), e nei software e servizi informatici (67,1%); su tali asset le imprese continueranno a puntare prioritariamente anche durante il 2012.
La domanda di credito resta sostenuta nel futuro immediato. Il 50% delle medie imprese del Nord Est intende richiedere finanziamenti bancari nel primo semestre di quest’anno, non solo in risposta all’esigenza di gestire le attività ordinarie (nel 43% circa dei casi) ma anche per realizzare nuovi investimenti (32,4%) o implementare quelli già avviati (12,5%). E’, tuttavia, in crescita la percezione di difficoltà nell’accesso al credito, segnalata dall’80% di quante intendono farvi ricorso, mentre tra quelle imprese che si sono rivolte alle banche nell’ultimo semestre del 2011 criticità erano state rilevate nel 50% dei casi.
Sul fronte occupazionale, un nucleo rilevante di medie imprese (oltre un quarto) segnala un ampliamento della forza lavoro tra la fine del 2010 e la fine del 2012. Una lieve riduzione sembra prospettarsi per il ricorso ad ammortizzatori sociali (nel 2012 verranno usati dal 34% delle imprese, contro il 38% nel 2011). Il 20% circa delle aziende adotterà comunque strumenti alternativi per salvaguardare l’occupazione: contratti di solidarietà, modifiche all’orario di lavoro e riqualificazione del personale».

Lo staff di tusciafisco.it segnala la pubblicazione del Comunicato stampa Unioncamere del 13 aprile 2012 (download .pdf), avente ad oggetto «Indagine Mediobanca-Unioncamere sulle medie imprese italiane» (download documento completo .pdf)

Di seguito il testo integrale:

«Copertura: l’indagine copre l’universo delle medie imprese manifatturiere italiane definite nella classe 50-499 dipendenti e 15-330 mln€ di fatturato; con l’ultimo censimento, sono state individuate 3220 società che assicurano il 15% circa della produzione manifatturiera italiana a valore, percentuale che sale al 21% considerando l’indotto (stime su dati Istat riferiti al 2009); la maggiore concentrazione di imprese è nelle aree del Nord Est Centro e in Lombardia.
Tendenze dell’universo: nel periodo 2000-2009 il bilancio aggregato delle 3220 società si è sempre saldato in utile; il risultato del 2009 è il più basso sia in termini assoluti (1.219 migliaia) che relativi (0,9% del fatturato), 1,1 punti in meno rispetto al massimo toccato nel 2007. Le esportazioni calcolate su due insiemi chiusi nel periodo 2000-2009 con l’aggiunta della stima relativa all’anno 2010 (base Dati cumulativi), hanno registrato un incremento pari al 55% (4,5 m.a.); occorre segnalare che nel biennio 2008-2009 la variazione è stata negativa pari al -18,6%, mentre nel 2010 c’è stato un parziale recupero (+9,9%). La struttura finanziaria resta solida con il patrimonio netto che supera gli impieghi in attivi immobilizzati e contribuisce all’avanzo delle partite correnti. Il 58,4% delle medie imprese merita un punteggio a livello di “investment grade”, ma il ricorso alla borsa e al private equity resta trascurabile. Le medie imprese quotate sono lo 0,5% del totale.
Dinamiche recenti: Nel 2009, 628 medie imprese sono tornate piccole (non superando i parametri di fatturato e dipendenti), mentre dal lato delle imprese maggiori, a fronte di 32 imprese che hanno varcato la soglia della grande dimensione, 39 hanno percorso la strada inversa ritornando medie. Nel decennio considerato, 620 imprese sono divenute grandi, ma ciò ha comportato per le stesse aziende un aumento dei casi di default. Il tasso di fallimento lievita, infatti, in maniera significativa per quelle medie imprese che hanno oltrepassato la media dimensione (0,8% contro lo 0,3% dell’universo delle medie). Nel periodo 2000-2009 le medie imprese hanno mantenuto il primato della crescita seppur riducendo in maniera significativa gli indici di sviluppo visti nelle precedenti edizioni, con un incremento del valore aggiunto del 20% contro il -1,8% delle grandi imprese (la percentuale sale al 7,5% per le imprese medio-grandi, seconda area del cosiddetto “quarto capitalismo”). Le medie aziende hanno aumentato progressivamente il loro peso nella manifattura nazionale: sulla base dei dati Istat più recenti disponibili (dati 2009), esse sono giunte a rappresentare il 14,4% del totale degli investimenti fissi annui e il 16% delle esportazioni. Nel 2010 si stima un aumento delle vendite attorno al 10% sul 2009 con incidenza dei margini industriali sul fatturato in lieve flessione. Sia il fatturato che i margini industriali permangono al di sotto dei livelli segnati nel 2007 prima della crisi (rispettivamente -7% e -38%).
Redditività: il rendimento del capitale (roi) investito nelle medie imprese nel 2009 è stato pari al 6,1% contro il 4,5% dei gruppi maggiori italiani. La componente finanziaria consente alle grandi di recuperare lo svantaggio prodotto da minori margini (-9,4% contro il 18,6% delle medie imprese), ma non ne risolve l’eccesso di capitale il cui turnover è inferiore di circa 13,5 punti rispetto alle medie aziende; la tassazione continua ad essere punitiva. L’esclusione del costo del lavoro dall’imponibile Irap si stima produca una riduzione del tax rate di circa 6 punti (da 38% a 32%). Per il 2012, il 29% delle imprese prevede un aumento della redditività rispetto al 2011 (dati indagine Unioncamere).
Distretti: i due terzi delle medie imprese hanno sede in aree aventi natura distrettuale; il principale aspetto discriminante di queste medie imprese continua ad essere la maggiore propensione all’export: essa è pari al 45,7% del fatturato per l’ubicazione nei distretti veri e propri e al 31,9% negli altri SPL, contro il 31,5% delle imprese localizzate in altre aree. E’ anche confermata la maggiore solidità finanziaria: il livello investment grade viene raggiunto dal 59,6% delle medie imprese con sede nelle province distrettuali contro il 53,9% di quelle con sede nelle province di grande impresa.
Congiuntura recente: l’indagine su un campione rappresentativo di medie imprese industriali italiane mostra che nel 2012 il 38% di tali aziende prevede un aumento del fatturato (contro il 50,2% a consuntivo nel 2011) ed il 32,6% un incremento della produzione (è stato invece il 39,7% a registrarlo per lo scorso anno). La propensione all’export delle medie imprese è rimasta molto elevata, tanto che la quota di aziende esportatrici rimane superiore al 90%, con un’incidenza delle vendite all’estero pari al 44% del totale. Per l’anno in corso si conferma l’apporto determinante che le vendite all’estero potranno fornire ai risultati aziendali (gli ordinativi esteri saranno in crescita per il 39,8% delle imprese), mentre l’andamento del mercato interno sarà più debole (solo il 15,9% si attende un rialzo rispetto al 2011, contro il 32% di quelle che ne prevedono una flessione). Nel 2011 gli investimenti delle medie imprese si sono concentrati nei macchinari (72,7%), nelle apparecchiature informatiche (69,2%) e nei software e servizi informatici (68,4%); su tali asset le imprese continueranno a puntare prioritariamente anche durante il 2012.
La domanda di credito resta sostenuta nel futuro immediato. Il 51% delle medie imprese intende richiedere finanziamenti bancari nel primo semestre di quest’anno, non solo in risposta all’esigenza di gestire le attività ordinarie (nel 43% circa dei casi) ma anche per realizzare nuovi investimenti (34,2%) o implementare quelli già avviati (11,2%). E’, tuttavia, in crescita la percezione di difficoltà nell’accesso al credito: la segnala il 72% di quanti intendono farvi ricorso, contro il 45% di tutte quelle che nell’ultimo semestre del 2011 si sono rivolte alle banche.
Sul fronte occupazionale, un nucleo rilevante di medie imprese (circa un quarto) segnala un ampliamento della forza lavoro tra la fine del 2010 e la fine del 2012; ancora superiore sarà poi quest’anno l’allargamento della base occupazionale all’estero da parte di quelle medie imprese che hanno stabilimenti produttivi al di fuori dei confini nazionali (l’aumento avverrà in 38 casi su 100). Non subisce modifiche sostanziali il ricorso ad ammortizzatori sociali (nel 2012 verranno usati dal 35% delle imprese, contro il 37% nel 2011). Il 17% circa delle aziende adotterà comunque strumenti alternativi per salvaguardare l’occupazione: contratti di solidarietà, modifiche all’orario di lavoro e riqualificazione del personale.

TAB. 5 - INDICI DI SVILUPPO NEL PERIODO 2000-2009 (vedi file allegato)».

Lo staff di tusciafisco.it segnala la diffusione del Comunicato stampa Uniocamere 11 aprile 2012 (download .doc), avente ad oggetto «Unioncamere: dalle Camere di commercio l’Atlante delle infrastrutture strategiche».

Testo integrale comunicato:

«Roma, 11 aprile 2012 – Pedemontana, autostrada dei due mari e linea ferroviaria Monaco di Baviera-Verona. Queste le principali priorità indicate dagli oltre 800 imprenditori italiani che fanno parte delle giunte delle Camere di commercio, interpellati nell’ambito dell’indagine realizzata da Uniontrasporti/Unioncamere. Presentata nel corso dell’appuntamento annuale sulle infrastrutture realizzato in collaborazione con Capo Horn, l’analisi è incentrata proprio sulla percezione dell’importanza delle infrastrutture presso la comunità economica e imprenditoriale rappresentata all’interno delle Camere di commercio e sull’identificazione, da parte di chi quotidianamente si confronta con il mercato e con i problemi degli operatori economici, delle principali criticità infrastrutturali di cui soffre il Paese.
“Le Camere di commercio, già protagoniste del processo infrastrutturale del Paese”, ha detto il presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanello, “intendono continuare a dare il proprio contributo per ridurre il gap che comprime la capacità di sviluppo delle imprese. La nostra azione, quindi, continuerà ad essere significativa sul fronte del partenariato pubblico-privato, fondamentale strumento per superare l’attuale carenza di risorse pubbliche da destinare alla realizzazione di infrastrutture”. Quanto alle opere, “non deve sfuggire – ha aggiunto Dardanello – che il collegamento ferroviario Torino-Lione ad alta velocità è un’opera strategica senza la quale c’è il rischio di una emarginazione del sistema Italia”.
Il primo segnale che scaturisce dall’”Atlante delle priorità e delle criticità infrastrutturali” è di una inequivocabile e totale insoddisfazione - con punte di disagio massimo - per le ferrovie, di moderata soddisfazione per il sistema autostradale e di fondamentale non conoscenza per i porti. Grande insoddisfazione anche per le reti energetiche e (con un buon mix di scarsa conoscenza) per le reti telematiche, ritenute dal 64% dei contattati molto indietro rispetto agli altri paesi europei.
Sintesi e filosofia dello studio sono espresse nella tabella sulle top ten, le dieci opere strategiche più importanti tra i 135 interventi infrastrutturali considerati di assoluta precedenza, che la maggior parte degli imprenditori e operatori economici “sondati” ritiene non più rinviabili. Opere che nella maggior parte dei casi sono di interesse di una macro-area e non di una singola regione.
Nella top ten occupa la prima posizione l’asse stradale pedemontano piemontese-lombardo-veneto. Al secondo posto per consensi si colloca l’autostrada dei due mari, la Orte Ravenna, considerata opera irrinunciabile, benché non sia stata neppure licenziata ancora in modo definitivo dal Cipe. Al terzo posto l’asse ferroviario Monaco di Baviera-Verona, seguito dall’asse ferroviario (non alternativo, ma quasi, al corridoio V) fra Ventimiglia-Genova-Milano-Novara-Sempione. Al quinto posto si trova la Brebemi, ovvero l’autostrada Brescia, Bergamo, Milano, seguita dalla Asti-Cuneo, quindi dall’asse autostradale Brennero-Verona-Parma-La Spezia. Chiudono la lista la Salerno-Reggio Calabria, il corridoi stradale ionico Taranto-Sibari-Reggio e l’elettrificazione della tratta ferroviaria Aosta-Chivasso.
Per realizzare almeno queste prime dieci priorità indicate dagli imprenditori è necessario un impegno economico pari a circa 73,8 miliardi di euro, che, rapportato all’intero costo del Programma delle Infrastrutture Strategiche, ne rappresenta il 20%. Allo stato attuale risultano già individuate circa la metà delle risorse, resta dunque un fabbisogno residuo di 37,9 miliardi di euro.
L’analisi Uniontrasporti è spietata nel suo realismo: in Italia, paese in cui su strada si muove il 91% delle merci e l’82% dei passeggeri, la rete autostradale è ferma al palo da almeno 5 anni. Ma, nonostante ciò, le critiche si concentrano su altre reti infrastrutturali: il 72% degli interrogati a campione è insoddisfatto della rete e del servizio ferroviario, il 64% dello stato di arretratezza delle reti telematiche, il 50% della viabilità ordinaria.
Importanti indicazioni anche sul tema dei finanziamenti e delle risorse disponibili. Tra il 2008 ed il 2011 gli investimenti per opere pubbliche si sono ridotti del 24% in valori costanti (percentuale che diventa del 27% se si considera la sola PA). E, stando ai dati disponibili ad ottobre 2011, gli investimenti della PA sono destinati a ridursi ancora in misura pesante nei prossimi anni: le stime ufficiali del Ministero dell’Economia e delle Finanze, aggiornate a settembre 2011, parlano di una riduzione degli investimenti della PA del –18% in valori correnti nel 2012 e poi una ulteriore riduzione del 5,8% nel 2013. In questo contesto possiamo dire che senza il PPP lo scenario delle opere pubbliche dei prossimi anni sarà caratterizzato da una profonda ulteriore contrazione della spesa che colpirà in particolare gli Enti Locali.
Il mercato del PPP, in base ai dati disponibili dell’Osservatorio Nazionale del Partenariato Pubblico-Privato, nel periodo 2002-2011 cresce e si afferma. Tra gennaio 2002 e dicembre 2011 sono state indette 13.382 gare di PPP e il valore complessivo del mercato, ovvero l’ammontare degli importi messi in gara, si attesta a quota 67 miliardi. Si è passati da 339  gare per un ammontare di 1,4 miliardi del 2002 a oltre 2.800 gare per 14 miliardi nel 2011.
Infine il ruolo delle Camere di commercio: il 60% del campione ritiene che il contributo della Camera di commercio al processo di ammodernamento infrastrutturale del proprio territorio di riferimento sia stato complessivamente molto positivo negli ultimi 15 anni – valutazioni comprese tra “discreto” e “ottimo”. Questo è evidente soprattutto nei territori del Nord Ovest e del Nord Est dove le percentuali di gradimento per l’operato del sistema camerale superano la media nazionale. In particolare, nel 2010 il volume delle risorse investite dal sistema camerale in infrastrutture ammonta a circa 612 milioni di euro - che rappresenta l’87% del valore complessivo - distribuiti su 520 partecipazioni singole.

(Tabella "Top ten delle priorità infrastrutturali del mondo economico" nel file word)».

Lavoro accessorio Indicazioni operative con la Circolare n. 4 del 18 gennaio 2013 (download .pdf)
Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, con la Circolare n. 4 del 18 gennaio 2013, fornisce indicazioni operative al proprio personale ispettivo per lo svolgimento di una corretta attività di vigilanza nei confronti dei datori di lavoro/committenti che ricorrono al lavoro accessorio. La Circolare pone in evidenza le novità introdotte dalla Legge n. 92 del 28 giugno 2012 (c.d. riforma Fornero) sull’utilizzo dei voucher, soffermandosi in particolare sul nuovo campo di applicazione dell’istituto e sulle nuove caratteristiche dei buoni-lavoro.

Fonte: sito web Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali
Disponibile on line la delibera attuativa dell'articolo 6 bis del Codice dei contratti.

Dal 1° gennaio 2013, ai sensi dell’art. 6 bis, del D. Lgs. 163/2006, la documentazione comprovante il possesso dei requisiti di carattere generale, tecnico-organizzativo ed economico-finanziario per la partecipazione alle procedure disciplinate dal presente Codice è acquisita presso la Banca dati nazionale dei contratti pubblici, istituita presso l'Autorità.

In attuazione del sopracitato articolo del Codice l’Autorità ha:
  • acquisito in data 19/12/2012 il parere positivo del Garante per la protezione dei dati personali relativamente ai dati concernenti la partecipazione alle gare per le quali è obbligatoria l'inclusione della documentazione nella Banca dati, nonché i termini e le regole tecniche per l'acquisizione, l'aggiornamento e la consultazione nella Banca dati,
  • sentito i principali operatori del mercato e Stazioni Appaltanti nel merito dei contenuti della bozza di delibera pubblicata sul sito dell’Autorità il 13 dicembre 2012,
  • valutato le osservazioni pervenute a seguito della consultazione on-line,
Sulla basi di tali considerazioni il Consiglio ha emanato la delibera attuativa dell'articolo 6 bis del Codice dei contratti.

Fonte: sito web AVCP

Delibera:
«Attuazione dell’art. 6bis del dlgs 163/2006 introdotto dall'art. 20, comma 1, lettera a), legge n. 35 del 2012

La Direzione Generale per l'Attività Ispettiva del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha fornito, in data 21 dicembre 2012, delucidazioni in merito al seguente argomento: «DURC e imprese in concordato preventivo interpello Ministero Lavoro».

Testo integrale Interpello n. 41/2012 (download .pdf) del Minstero del Lavoro e delle Politiche Sociali - Direzione generale per l’Attività Ispettiva:

«Art. 9, D.Lgs. n. 124/2004 – rilascio del Documento Unico di Regolarità Contributiva ad imprese in concordato preventivo c.d. in continuità ex art. 186 bis Legge Fallimentare (R.D. n. 267/1942)

Il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro ha avanzato istanza di interpello per conoscere il parere di questa Direzione generale in materia di requisiti necessari ai fini del rilascio del Documento Unico di Regolarità Contributiva nel caso di imprese in concordato preventivo c.d. in continuità ex art. 186 bis Legge Fallimentare (R.D. n. 267/1942). In particolare, l’istante chiede se sia possibile ottenere l’attestazione della regolarità contributiva nell’ipotesi in cui l’impresa sia sottoposta ad una procedura di concordato preventivo, nella modalità di continuazione dell’attività aziendale, in virtù di un piano – omologato dal competente Tribunale – che prevede l’integrale soddisfazione delle situazioni debitorie previdenziali ed assistenziali, sorte precedentemente al deposito della domanda di ammissione alla procedura medesima. Al riguardo, acquisito il parere della Direzione generale per le Politiche Previdenziali ed Assicurative e dell’INAIL, si rappresenta quanto segue. Al fine di fornire la soluzione alla problematica sollevata, appare opportuno muovere dall’analisi della disciplina afferente all’istituto del concordato preventivo con continuazione dell’attività aziendale, di cui agli artt. 161 e segg. della Legge Fallimentare, alla luce delle modifiche apportate dal c.d. Decreto Sviluppo (D.L. n. 83/2012 conv. dalla L. n. 134/2012).
Innanzitutto, dalla lettura delle disposizioni richiamate emerge che la procedura concorsuale in esame, da un lato, risulta finalizzata al risanamento di imprese che versano in uno stato di crisi “non strutturale”, dall’altro, presupponendo la prosecuzione dell’attività aziendale, si incentra necessariamente su di un piano – validato da un professionista ed omologato dal competente Tribunale – mediante il quale l’azienda “si accorda” con i creditori riguardo alle tempistiche e alle modalità di pagamento dei debiti, sorti precedentemente alla presentazione della domanda di concordato. Nello specifico, l’art. 186 bis L. F. dispone che il piano concordatario può prevedere una moratoria fino ad un anno dall’omologazione del Tribunale per il pagamento dei crediti muniti di privilegio, pegno o ipoteca, tra i quali sono ricompresi dunque i contributi previdenziali e assistenziali. Si prevede inoltre che:
- i contratti in corso di esecuzione alla data del deposito del ricorso, tra i quali anche quelli stipulati con le pubbliche amministrazioni, non si risolvono per effetto dell’apertura della procedura;
- l’ammissione al concordato preventivo non impedisce la continuazione dei contratti pubblici sottoscritti, nella misura in cui il professionista designato ne abbia attestato la conformità al piano, unitamente alla ragionevole capacità di adempimento dell’azienda debitrice.
L’ammissione alla suddetta procedura comporta pertanto, per la compagine aziendale interessata, la sospensione ex lege delle situazioni debitorie sorte antecedentemente al deposito della relativa domanda e la conseguente preclusione delle azioni esecutive dei creditori. Alla luce della disciplina sopra descritta, la fattispecie prospettata dall’interpellante sembrerebbe rientrare nel campo di applicazione dell’art. 5 del D.M. 24 ottobre 2007, recante l’elencazione dei requisiti utili ai fini del rilascio di un DURC, ovvero delle condizioni in presenza delle quali l’Istituto previdenziale attesta la correntezza nei pagamenti e negli adempimenti contributivi. Ci si riferisce in particolare al comma 2, lett. b) dell’art. 5 citato, secondo il quale “la regolarità contributiva sussiste inoltre in caso di sospensione di pagamento a seguito di disposizioni legislative”. Si sottolinea in definitiva che la ratio della procedura concorsuale, finalizzata a garantire la prosecuzione dell’attività aziendale e alla salvaguardia dei livelli occupazionali, sarebbe disattesa qualora si riconoscesse un’incidenza negativa alle situazioni debitorie sorte antecedentemente all’apertura della procedura stessa. Ciò in quanto l’impresa sottoposta a concordato non avrebbe la possibilità di ottenere un DURC, se non alla chiusura del piano di risanamento, con conseguente ed inevitabile pregiudizio per il superamento della crisi. In linea con quanto sopra argomentato ed in risposta al quesito proposto, si ritiene dunque che per l’azienda ammessa al concordato preventivo, ex art. 186 bis. L. F., sia possibile ottenere il
rilascio di un DURC qualora ricorra la condizione di cui all’art. 5, comma 2. lett. b) D.M. 24 ottobre 2007, cioè nell’ipotesi in cui il piano, omologato dal Tribunale, contempli l’integrale assolvimento dei debiti previdenziali e assistenziali contratti prima dell’attivazione della procedura concorsuale. Va tuttavia precisato che in tal caso la sospensione dei pagamenti che, ai sensi dell’art. 5, comma 2, lett. b) predetto non osta al rilascio del DURC deve necessariamente riferirsi a quelle obbligazioni che sono state prese in considerazione o comunque rientrano nell’ambito del concordato. Gli Enti previdenziali potranno attestare inoltre la regolarità contributiva ai sensi dello stesso art. 5, comma 2, lett. b) solo qualora lo specifico piano di risanamento preveda la c.d. moratoria indicata dall’art. 186 bis, comma 2, lett. c) L. F. ed esclusivamente per un periodo non superiore ad un anno dalla data dell’omologazione. Trascorso detto periodo, infatti, la sospensione cessa di avere effetto e l’impresa, in mancanza di soddisfazione dei crediti assicurativi, deve essere “attestata” come irregolare».
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